Introduzione

Luci basse, la chitarra sulle ginocchia, Indie aprì il tappo girevole della cera d’api e diede inizio alla procedura di pulizia dello strumento. Un panno di lino e una goccia di cera d’api. Cominciò a strofinare lentamente partendo dalla cassa armonica, nella parte destra dell’attaccatura delle corde al ponticello fino ad arrivare alla zona del battipenna per poi risalire lentamente sul manico fino alla zona delle meccaniche. Poi riscese giù per il manico scorrendo dal mi basso fino ad arrivare alla parte alta della cassa armonica. Tutto molto lentamente come una carezza su quello strumento tanto amato che gli provocava amore, odio, passione e rifiuto, ma che tanto senso dava alla sua vita. “L’unica donna in grado di non tradirti” pensava sempre Indie riguardo alla sua chitarra. Una meraviglia di natura e tecnologia di colore nero come la sua anima, con le corde di nylon perché “classica è la vita di chi non suona da così tanto tempo” diceva. Indie si preparava all’evento con la stessa grazia e smania di una ragazza nel giorno del suo matrimonio. Cercò di curare ogni singolo dettaglio nella sua pulizia che durò un tempo indefinito e poi ripose la chitarra nel suo soft case comprato a Modena tanti anni prima. Salerno quel mattino era raggiante come quasi sempre durante l’anno. Il sole illuminava le coste e pettinava gli alberi del lungomare. Il centro storico si svegliava ed iniziava il suo cantico tra i vicoli pregni di storia e passioni forti. Il traffico si faceva via via più intenso ed il profumo di caffè si levava dalle finestrine delle signore di via Tasso. Le fontane a ridosso del complesso di Santa Sofia versavano acque gelide in un Novembre colorato che preannunciava un periodo natalizio sole e cielo, luci e regali. Si alzò dalla sedia e si diresse verso i fornelli per preparare un caffè alla vecchia maniera. Spostò lievemente la tendina della finestra per dare uno sguardo veloce fuori e capire che aria tirava. Il mare di Salerno, visto attraverso i vetri del suo appartamento, gli sembrava limpido e felice di esserre piatto e calmo. Il vento, mai assente, sfiorava l’acqua in senso inverso alla corrente portando il freddo nord verso un caloroso sud ed un presagio di peggioramento tipico delle giornate calde in inverno. La città rappresentava una buona fetta delle radici di Indie e le strade erano come le sue gambe. Adorava percorrerle in ogni modo, a piedi, in motorino od in macchina. Adorava essere e sentirsi parte di quel luogo dell’Italia del ventunesimo secolo. Adorava essere meridionale, sudista dall’aspetto normanno. Una mistura che calzava perfettamente le sue idee di villaggio globale, di unione e condivisione delle culture e dei colori, dell’indipendenza di pensiero, culto e letteratura e del rispetto reciproco delle opinioni. Indie viveva in un suo mondo colorato che portava con se senza nemmeno rendersene particolarmente conto. Del resto la città lo permetteva. Salerno era piena di persone reali, indipendenti, artisti, musicisti, filosofi e dottori di ogni genere. Era la città ideale per lui. Era una delle roccaforti della regione campania in cui era difficile sentir parlare di pericolosità urbana. Indie viveva la sua città addosso e la indossava come il suo bel cappotto della domenica. Indie era la sua città ed in particolare il suo centro storico. Indie suonava spesso la sua città, improvvisando per lei accordi di ogni genere e forma. A volta banali triadi a volte accordi complessi di 4 oppure 5 note ed a volte addirittura dei polychords, proprio a rappresentare le contraddizioni del territorio. Indie amava descrivere la sua città come un’improvvisazione organizzata. Un assolo a spartito, bello come quello di Time o Another Brick in the Wall dei Pink Floyd. Un assolo che se lo vuoi ripetere lo devi per forza suonare per intero come è stato fatto nella sua versione originale. Era autunno e quell’anno le piogge tardavano ad arrivare. Peccato perché per Indie e non solo per lui, il grigiore delle nuvole misto ai colori dell’autunno rappresentava una fonte quasi inesauribile di ispirazione. Diceva a volte tra se: “se questo tempo continua così finirò a scrivere brani per balli di gruppo latino americani” e rideva da solo come solo un imbecille sa fare. Si, la sua ispirazione era senza dubbio guidata più da una giornata di pioggia che dal sole e questo gli rendeva la vita più pura e reale. Quelli erano giorni importantissimi, caldi e soleggiati, ma importantissimi per Indie e per chi in qualche modo lo seguiva. Erano i giorni in cui sarebbero state dette delle grandi cose, si sarebbe ascoltata della buona musica e si sarebbero provate delle nuove emozioni. Erano giorni in cui Indie si sarebbe calato in nuove esperienze sensoriali e ne avrebbe trasmesse al mondo. Doveva prepararsi per bene psicologicamente agli eventi e partire da un buon caffè dopo aver pulito la chitarra era un’ottima cosa. La colazione che seguiva il caffè, la sua seconda “prima colazione” era fondamentale e seguiva una procedura sempre uguale. Nulla di eccezionale per intederci, ma era fatta di passi precisi quasi come un algoritmo. Prendeva la tovaglia dal cassetto di fianco al cestone scegliendo quella di cotone oppure quella in plastica a seconda se avesse deciso di mangiare la marmellata oppure no. Quella mattina voleva la marmellata. Prendeva poi un tovagliolo, un cucchiaino ed un coltello per spalmare, un piatto ed una quantità di biscotti da far gola ad Alice, si “quella delle meraviglie” come la chiamava lui. Poi prendeva l’orzo caffè solubile e ne metteva due cucchiaini in una tazza abbastanza grande, versava dell’acqua, assolutamente minerale naturale e poi 2 minuti al microonde ed il gioco era fatto. Orzo caffè e non latte. Questa era la sua seconda prima colazione dopo il caffè. La giusta carica di caffeina per affrontare qualunque giornata. Fece colazione e si vestì “cospargendosi di colla e lanciandosi nella cabina armadio” senza avere cura come sempre del suo aspetto esteriore. Ricordava sempre una frase di Bob Geldof che in risposta alla fatidica domanda: “quali sono i vantaggi di essere una rock star?” rispose “che puoi entrare nei migliori ristoranti con un jeans ed una maglietta”. Aveva preso questa cosa un pò come una scusa per uscire dai canoni della società ed un pò come una sorta di regola di vita che seguiva senza problemi e con una certa precisione ed assiduità. Vestito come solo un cane sa fare recuperò il suo smartphone e si incamminò fuori di casa. L’appuntamento con il suo impegno era nel pomeriggio per cui decise di uscire con calma e guardarsi un pò in giro. Salerno era perfetta per chi voleva soltanto guardarsi in giro. Offriva ogni genere di nullafacenza a poco prezzo ed Indie era cintura nera in queste cose quando stava così. Soprattutto il suo stato di ansia per la prestazione della sera veniva come dire attutito da una così bella giornata di sole. Poi c’era il mare di fronte. Quel mare a cui poter affidare tutte le paure del mondo. Quel mare che aveva cresciuto lui e tutti gli artisti della città. Quel mare che era stato sempre buono con lui e che riusciva ad ascoltarlo come una madre silenziosa ascolta il suo figlio adorato suonare. Il mare era sua madre. Ed il vento che accarezzava sua madre era così di conforto che quasi lo proteggeva. Il vento decideva la direzione delle cose, il vento era suo padre. Indie figlio di mare e vento adorava immergersi nelle bellezze di quel territorio sentendosene fiero ed orgoglioso come se fosse lui l’artefice di tanta arte e bellezza. Si, in realtà, tutti sono artefici della propria città. Tutti ne fanno parte e la città appartiene un po’ a tutti, almeno a quelli che la rispettano in quanto tale. Indie la rispettava e se ne sentiva parte. Avvertiva la sua appartenenza alla città come un cane al suo padrone e come tale doveva necessariamente rendere le sue giornate più belle, serene e felici come ogni cane sa fare col il suo padrone. Conosceva molto bene le strade del centro storico ed una volta superate arrivava alla fine del quartiere di Santa Lucia e si dirigeva verso il lungomare.
Indie allungava sempre però per immergersi in quel toccasana che è camminare al centro storico della città. Immergere il proprio cervello nei rumori, nelle voci e nei profumi di un mattino di novembre rende felici e riposati tutti, senza distinzioni di umore ed ansia personale. Era un toccasana per Indie perché sapeva cosa lo stesse aspettando nei giorni a venire e fare una ricca carica di adrenalina e aria pulita era perfetto. Incontrò Matteo con le sue caldarroste e gli chiese come andava “Allora Mattè, che si dice stamattina?” “Non puoi capire come sto incazzato” ed Indie: “perché che è stato?” “Te lo ricordi a Iram? si?” e lui:”e certo che me lo ricordo che t’ha fatto?” e Matteo:”che m’ha fatto? e mo te lo dico io che m’ha fatto! L’altro giorno mi chiese in prestito la batteria perché dice che teneva una serata..” ed Indie lo interruppe subito :”non mi dire!!!!” e Matteo continuò ” eh non ti dico. insomma io ci pensai un attimo, perché dissi -ma questo serate non ne fa più da tempo-, ma sai come è qua al centro storico un po’ ci fidiamo della gente che conosciamo e gliel’ho prestata.” ed Indie “non oso immaginare il poi..” e Matteo: “esatt, non lo immaginare, l’altro giorno passo da Musicbeat e che ti trovo? La mia batteria in vetrina!! Ma tu ti rendi conto? quello si stava vendendo la mia batteria!!hai capito che delinquente?” Ed Indie “che ci vuoi fare mattè.. starà in difficoltà e se n’approfitta della gente per bene comme a tte!” e Matteo “ee magari la pensassero tutti comme a tte Indie.. questo mondo sarebbe più bello.. comunque non ci penso e non succederà più -a vuò na castagna?-” ed Indie che odiava le castagne disse: “no matteo, grazie a chest’ora no!” e si concedò. Questo genere di incontri e di conversazioni narravano Salerno, narravano la sua città e ne disegnavano un profilo meraviglioso fatto di personaggi che sembrano non avere età. Così come non sembrava avere età la signora che abitava a piano terra e spacciava il fumo a circa ottanta anni. Chi diceva che vendeva la droga? Nessuno, soltanto il via vai di ragazzi di ogni genere e razza con i motorini che entravano, stavano pochi secondi ed uscivano dalla porticina guardandosi intorno. Fece il giro lungo perché la tensione da scaricare era tanta e giunse fino a piazza sedile del campo. Guardò con immensa nostalgia la porta del Alcool Cafè e ricordò le ore passate al bancone a chiacchierare con lo Squalo e Dona. Pensò che la vita a volte sa sorprenderti davvero e se ne rammaricò. Luca era una garanzia, se volevi bere lui era come l’angelo della morte. Sapeva esattamente accampognarti dove dovevi andare segnalandoti con precisione la quantità e la qualità dell’alcool che dovevi ingerire. “Che Dio lo tenga con sè nella distilleria dei biondi santi!” Diede uno sguardo veloce alla fontana del Vanvitelli ed una rapida controllata alla conformazione dei locali intorno. Cambiavano gestione ogni cinque minuti e gli sembrava che stessero giocando ai quattro cantoni. Allungò ancora il suo cammino prima del lungomare e si infilò per via Portacatena. Adorava quella zona. Lo faceva sentire meglio, adorava salutare le persone per strada, quella vecchia nobile e romantica abitudine di salutare una persona soltanto perché incrocia il tuo cammino lo rendeva felice e civilmente appagato. Raggiunse via Indipendenza e attraversò verso il Teatro Verdi e poi si infilò nella rinnovata Villa Comunale. Un piccolo gioiellino che le ultime amministrazioni avevano curato e rinominato il Giardino Incantato. L’inevitabile chiosco con la granita al limone trionfava da millenni all’ingresso e gli dava la garanzia che nulla è cambiato e nulla cambierà. Superò velocemente la quantità innumerevole di piante arrivate da ogni parte del mondo ed uscì dall’altra porta, quella che portava verso il lungomare e quindi il suo paesaggio preferito. Si lanciò sulla spiaggetta di Santa Teresa ed il camminare sulla sabbia lo fece sentire meglio. Scaricare camminando è una cosa bellissima, ma poi sulla sabbia non c’è paragone. Si tolse le scarpe per avvertire meglio il contatto con la terra. Qualche gabbiano volò via e qualcun altro si fidò di lui. Si avvicinò al mare e gli diede il suo buongiorno autunnale. “Se non fosse per te che dai da bere a questa città non so come farei” pensò rivolgendosi al mare.”Se non fosse per te che mi dai forza, che ascolti le mie bestemmie, le mie paure, i miei sfoghi, i miei suoni, non saprei davvero a chi rivolgermi. Attingerei da te la forza per la mia lotta culturale, ma non riesco, sei troppo grande, sei immenso per me, piccolo pazzo incatenato in questo luogo dai miei sogni e dai miei errori” Indie pensava ed avrebbe voluto avere con se la chitarra per dare un senso a questa composizione improvvisata. Continuò:”sarei potuto partire ed allontanarmi da te, ma come avrei fatto poi a non poter poggiare i miei piedi sulla tua sabbia ed avvertire il freddo che solo tu mi puoi dare che solo tu sai come dare. Dammi la forza per affrontare questi giorni importanti, dammi la forza per affrontare anche tutto quello che ne verrà poi, dentro e fuori di me, dentro e fuori di te. Madre silenziosa, avvolgimi nel tuo freddo abbraccio e scatena l’indipendenza che è in me. Madre silenziosa, firma ogni mia nota e lanciala in aria. Dominala come se fosse tua anche se viene da me. Madre silenziosa, bagnami con le tue fredde acque ed accompagnami in questo mondo che ho appena accettato grazie a te.” Indie si sentì come rasserenato. Il solo fatto di riuscire a parlare con il mare come se fosse sua madre lo faceva sentire figlio, accudito, accettato, perdonato. Il solo fatto di potersi rivolgere a “lei” lo rendeva immensamente più piccolo, fragile, ma difeso dalla sua immensità. Poi il vento gli scompigliò i capelli, come a dire: “vedi che ci sono anche io qui” ed Indie gli rispose: “padre che guida ogni cosa, dammi la forza per indicare la strada agli altri come tu fai con me. ” e si calmò definitivamente. Questo suo saluto new age lo aveva tranquillizzato ed ora si sentiva come rinato. Si era rivolto alla natura, alla sua natura, quella che aveva creato per se e per i suoi infiniti dubbi e la natura gli aveva risposto, dandogli la forza. Si appoggiò sui gradoni per ripulirsi i piedi e si infilò le scarpe un po’ infreddolito. Ricominciò il suo cammino attraversando la corsia del lungomare più vicina a sua “madre”. “Guardare Salerno da qui è meraviglioso non credi?” si rivolse al pescatore sullo scoglio che costeggiava. “Si rispose lui, se solo si prendesse qualcosa sarebbe ancora meglio” “I pescatori si lamentano sempre”, pensò Indie e salutò con un sonoro “Buona giornata!” e continuò il suo cammino intravedendo quella curiosa barca che vendeva gelati sempre piena di bambini che cavalcano quegli odiosi cavalli sonanti a gettoni. Indie odiava quei suoni così stupidi ed assordanti e pensava che nessuno mai aveva pensato che fosse il caso di allungare quei loop in modo da non ammazzare i genitori costretti ad attendere che i propri bambini mollino l’affare ormai domi. Sorrise e pensò che non fosse affar suo. La sua giornata era interessante ed andava vissuta per come era: interessante. Decise di procedere a piedi ancora un po’ ma poi avrebbe di sicuro recuperato la macchina per arrivare nella zona orientale. Gente stipata sulle panchine a prendere il sole, Indie che camminava di fianco al mare ed il sole in alto a segnalare quel calore tipico della pioggia che arriverà prima o poi. Una giornata perfetta, una serie di eventi che portano a dire ad Indie “ne vale la pena”. Gli impegni del pomeriggio prevedevano pranzo, telefonate, prove e poi l’emozione di salire nuovamente su quel tanto adorato palco. L’emozione di salire su un qualsiasi stage la conosci solo se l’hai provata. Questa cosa Indie se la ripeteva in mente spesso e volentieri quasi orgoglioso e presuntuoso di questo privilegio. Ne aveva parlato un giorno con Frank prima che lui iniziasse a fare teatro. Frank non gli aveva creduto, diceva che era una cosa di cui gli artisti si vestivano per sentirsi più fighi. Poi Frank aveva cominiciato a frequentare quella compagnia teatrale dal nome ambiguo “Il pentagono” che faceva pensare più ad una organizzazione militare che ad una compagnia di artisti. Da quel giorno aveva capito che quell’energia riesce a dartela soltanto il gesto di salirci sopra. Il palco è una esperienza diversa da tutte le altre. Non è paragonabile a null’altro sulla terra. E quel giorno Indie ci tornava sul palco. Ogni volta era una cosa nuova, una nuova emozione, ogni volta la prima finché ce la fai.

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