Cap.30 – Ad libitum

In un attimo gli passò tutta la sua vita davanti, o quello che aveva fatto diventare “la sua vita” così speciale. Così unica e così diversa. La sua “vita” era stata straordinaria ed unica. Gli passava davanti come un film girato al doppio della velocità con la grana tipica di un film in bianco e nero dei primi anni del cinema. Vedeva passare le sue cose e le sue persone e le sue terre senza potersi aggrappare a nessuna di esse. Erano troppo veloci e lui troppo immobile per poterle afferrare. Vedeva passare zia Giulia ed i suoi fantastici suggerimenti e consigli di vita, vedeva passare il suo motorino sfrecciare senza nessuno sopra, vedeva sfrecciare le sue note ancora e vedeva ballare il palazzo del circolo intero. Vedeva il lungomare della sua città scorrere velocemente come se fosse in macchina e vedeva i gabbiani ritirarsi. Vedeva il centro storico ed i suoi vicoli correre verso il nulla e le strade infilarsi in gallerie inesistenti. Vedeva i suoi profili scomparire con i loro poster improbabili  e le loro cassette e cd. Vedeva i bicchieri di rum vuoti ed i suoi amici aggrapparsi al bancone per non essere tirati via. Vedeva il suo pubblico sparire velocemente dalla scena come in un buco spazio temporale. Vedeva la sua mente, la sua adorata mente dare i suoi ultimi colpi elettrici come un televisore che sta per autodistruggersi, vedeva le luci del circolo lampeggiare quasi ad indicare gli ultimi attimi di elettricità residua prima del collasso definitivo.
Mercoledì la sua amata chitarra era lì accanto a lui come in ogni momento difficile o meraviglioso dei suoi giorni. La sua musica era tutta attaccata addosso al dna dei presenti che pian piano sparivano ed era penetrata nei muri del circolo. Tutto era pronto per sparire definitivamente dalla sua mente e tutto era pronto per riunirsi in una sola grande entità. Quello che aveva sempre sperato gli sembrava stesse verificandosi in quell’ultimo istante. Gli passò davanti agli occhi la sua città, i profumi, il centro storico, le persone, i gabbiani, le persone che incontrava e salutava, gli alberi, il meraviglioso vocio delle signore nei vicoli, la musica che usciva dalle stanze del suo mondo, la pioggia ed il mare ed il vento, la costa spettinata e quella addomesticata. Tutto stava per sparire perché tutto non esisteva o non era mai esistito. Indie nelle braccia di Libera, Fly con gli occhi pieni di lacrime. Indie stremato dalla sua stessa mente senza più la forza di combattere, senza più la forza di respirare. Il suo amato mantra risuonava solitario in quel mondo creato ad hoc per ospitare i suoi sogni, le sue amate terre vivevano ormai la sua assenza e ricordavano la sua amata ed adorata presenza. La natura, gli alberi, i colori calavano nel silenzio di un posto desolato, non più abitato dal suo unico inquilino. Indie non abitava più quei posti che aveva così meravigliosamente creato. Quell’istante durò il tempo necessario ad Indie per effettuare il suo estremo saluto.

Libera la sua morte e Fly la sua vita risucchiarono il mondo che Indie aveva creato nella sua mente come in un buco nero. Nulla esisteva più, il circolo, il suo amico fidato Benny, le terre del silenzio, le terre dell’amore, le terre della tenacia, le terre della musica e le terre dei suoi sogni. Nulla più, la sua quinta stagione, la sua natura, la sua porta non superata nelle terre del silenzio. Mercoledì, Benny e Seah, nulla nessuno più e nessuno mai.

Libera la sua morte e Fly la sua vita riportarono Indie alla sua realtà. Libera la sua morte e Fly la sua vita riportarono Indie alla verità che non c’era nessun circolo e nessuna musica che lui avesse mai suonato. Non c’era nessun fall festival e nessuna serata finale Non c’era nulla di tutto ciò nella realtà. Tutto aveva creato Indie nella sua mente, in un letto di ospedale, in una stanza, privo di sensi da mesi, privo di ogni movimento. Il suo cervello aveva partorito la sua storia più bella, la storia che non avrebbe potuto raccontare a nessuno. Una storia libera ed indipendente da ogni filtro della vita reale. Una storia che non poteva essere raccontata, ne cambiata, ne vissuta ne creduta in quanto nessuno la conosceva. Indie conosceva la sua storia e l’avrebbe portata con se nella nuova terra del silenzio quella in cui Libera era la padrona assolta. Libera la sua morte, e Fly la sua vita. L’inesorbile suono del nulla che inghiottisce le storie vere e le storie false. I mondi reali e quelli inventati. La vera termocoppia del mondo quella che crea la differenza di potenziale tra quello che si muove e quello che non si muove più. Fly la sua vita e Libera la sua morte ed il resto non conta. Un gioco di parti, un gioco assurdo. “Vivete la vostra vita e siate voi stessi fino in fondo” diceva Indie nella sua mente, ma nessuno in realtà gli stava di fronte. Nessuno lo ascoltava, nessuno poteva sapere che cosa stesse dicendo. Indie lo stava dicendo a se stesso perché quella vita che voleva non l’aveva potuta vivere e se l’era costruita a sua immagine nella sua mente perché null’altro poteva fare. Dentro di se e fuori il nulla. Come nel circolo e nell’ultima serata del fall festival, tutto si era mosso grazie alla sua musica inascoltabile. Tutto si muoveva a tempo di una musica inesistente. Tutto si era svolto in pochi centrimetri della sua testa. Indie aveva mosso il mondo, ma il mondo non se ne era accorto. Indie aveva costruito un mondo ideale ed il mondo non avrebbe mai potuto saperlo. Indie aveva messo in quel mondo tutte le sue ansie, i sogni, le sue capacità, le sua paure, le sue perversioni ed immaginazioni, i suoi viaggi le sue promesse non mantenute e le sue composizioni all’impronta, ma il mondo non se ne era minimamente accorto. Indie aveva mosso il suo mondo e aveva creato migliaia di altri mondi come in un frattale fatto di infiniti colori. Ognuno diverso dall’altro. Ogni singolo colore con una nuance diversa, ogni singola nota con una timbrica ed un suono diverso. Tutte note uguali ma nessuna come ogni singola nota. Note indipendenti da tutto, create solo dal cervello di chi non vede più nulla, non sente più nulla, non avverte più nulla se non quello che il cervello è in grado di dare. Note mai lanciate come dei giganteschi sos, perché non è detto che Indie volesse tornare alla vita. Indie come ogni cosa in natura, aveva creato un equilibrio per se. Non avendo posto nella realtà, ne aveva creata una per se. Indie viveva la sua realtà e le sue terre in perfetta armonia con il resto, in modo del tutto parallelo, coesistente e biocompatibile. Indie aveva rispetto della natura nella vita come nella morte.

La terra degli Indie è piena. La terra degli Indie è stracolma di vite non vissute. La terra degli Indie deborda, trabocca. La terra degli Indie è sommersa da un mondo che non vede non sente non parla. La terra degli Indie è invisibile agli occhi delle altre terre perchè è piena di storie che non si possono ascoltare, che nessuno potrà mai leggere o commentare. I racconti di questa terra sono invisibili agli occhi di chi non sa guardare. Quello che resta di quei fasci di musica pura che indie aveva creato nella sua mente riesce però ancora a lasciare traccia di se. Quelle note seppur stanche si aggrappano al dna del mondo e cercano di rimanerci più tempo possibile affinchè qualcuno le ricordi. Affinchè qualcuno un giorno possa raccontarle descriverle e creare una terra delle note. Una terra che possa in qualche modo raccontare le terre dei racconti mai sentiti. L’immaginazione del mondo, la composizione, l’improvvisazione e la passione sono le tecniche più adatte a ricordare quelle storie, quelle vite non vissute. Il mondo si ostina a raccontare quello che vede e non lascia nulla per ciò che non si vede. Il mondo si ostina a restare al sicuro tra le cose che la società crea per ognuno, ma il mondo non crea più. “Siamo tutti uguali, ma nessuno è come voi” diceva indie proclamando l’indipendenza di ogni essere umano. Proclamando ogni uomo di fronte al proprio specchio fino ad affermare che quello che vediamo nello specchio non ci rappresenta davvero. “Sostituite l’uomo che avete di fronte ogni mattina nello specchio” diceva Indie. “Quell’essere vivente non siamo noi. E’ un’immagine residua di noi”

Fly, la sua vita e Libera, la sua morte avevano portato Indie “dall’altra parte” come amava definirla zia Giulia. Indie non immaginava quanto potesse durare ancora quel suo sopravvivere della mente, ma cercò di vivere intensamente anche quell’agonia, anch’essa unica ed irripetibile. Indie era indipendente in tutte le sue cose, anche nell’agonia. Indipendente come la durata del punto coronato alla fine di una composizione. Un accordo finale che dura a piacere, al piacere di chi lo esegue, indipendentemente da tutto, anche dalla morte.

FINE

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