“Il concetto dell’improvvisazione è quello che andrebbe studiato per capire dove stiamo andando a finire. Una goccia di pioggia nel mare od il vento che muove una foglia rappresentano il gesto della natura che rende la vita complessa e soprattutto indefinita ed improvvisata. La goccia cade in un punto della terra e muove delle molecole delle piccole altre gocce che a loro volta cadono nei loro mondi infinetesimali e spostano, come in un frattale, miliardi di altre molecole che riproducono la stessa identica cosa improvvisata. Provare a dare un ordine a tutto questo, trovare l’algoritmo, la serie di passi che descrive e definisce tutto questo significa avvicinarsi a Dio ammesso che ce ne sia uno a governare. Provare minimamente a pensare che ci sia una legge che muove queste cose e descriva esattamente le posizioni nel tempo e nello spazio di ogni singola molecola è pazzesco ed impressionante. Colpire una corda per far risuonare una cassa armonica di legno genera miliardi e miliardi di nanomovimenti nello spazio e nel tempo. Descrivere questo, descrivere le leggi che regolano la propagazione delle onde sonore significa sopravvalutarsi. Si esistono delle formule che si avvicinano con una certa tolleranza a quello che ha la presunzione di rappresentare un’onda sonora, ma la verità è che non si può assolutamente descrivere cosa succede davvero quando un’onda sonora ti trapassa e tutte le particelle, tutte le nanoforme e tutti gli armonici di quell’onda si aggrappano alle molecole, agli atomi, agli elettroni, ai tessuti del tuo corpo. Dove sono questi suoni, dove si possono trovare, come si possono rappresentare. E’ impossibile come è impossibile imprigionare il vento in una scatola. E’ impossibile come dire al mare di star fermo. Il suono ti trapassa, ma parte di esso resta con te, forse per sempre. E forse quella parte che resta con te che rappresenta la Musica, quella con la M maiuscola e non quella che tenta ogni giorno di inscatolare il vento. Quelle particelle parlano tra loro, comunicano anche a grandi distanze ed una volta sprigionate dalla vibrazione di una corda non fanno altro che cercare di aggrapparsi ad ogni singola cellula che incontrano per strada e lo fanno solo ed esclusivamente per essere ricordate. Hanno paura di essere dimenticate e quindi si aggrappano, si attaccano con tutta la nanoforza che hanno affinchè noi tutti, il mondo, la natura, gli alberi, il mare, il cielo possiamo ricordarle per sempre. Quelle che vanno via quelle che vengono dimenticate restano nella terra del silenzio. Quelle che restano fanno parte e faranno parte di noi, per sempre, forse. Questo è quello che accade se una sola nota viene fatta viaggiare nell’aria, ma immaginate quando queste note diventano due a formare un intervallo. Per quanto sia distante o vicino questo intervallo rappresenta nell’immaginario comune un fascio di due onde, che in realtà sono molte ma molte di più. Che siano onde dissonanti o assonanti non importa perché esse attraversano come le altre l’aria e cominciano a giocare insieme ed a volteggiare e quindi a rincorrersi e riprendersi ad abbracciarsi ed allontanarsi fino ad incrociarsi di nuovo e colpire tutto quel che trovano. Immaginate quando le note sono tre a formare un accordo, minore o maggiore. Tre onde, che in realtà sono milioni, possono giocare a coppie o giocare in trio, possono viaggiare da sole ed incontrarsi ancora o a coppie oppure in trio. Tre note insieme hanno cambiato il mondo. Pensate a “Redemption song”, pensate a buona parte dei pezzi famosi dei beatles, oppure pensate a tutti gli anni ’60. Quando poi queste note diventano quattro le combinazioni diventano pressoché infinite. Minore settima, maggiore settima, e tutte le alterazioni che vogliamo. E così via 5 note, 6 insieme cambiano la morfologia dell’universo. La potenza di ogni combinazione unita alla possibilità di associarle tra loro cambia l’universo e lo rende migliore. Quando poi quest combinazioni vengono suonate da più persone la magia è inevitabile. Quando due persone suonano insieme fanno l’amore, creano una atmosfera indescrivibile. Uniscono le loro debolezze e le loro forze, uniscono la loro urgenza rendendola unica e regalandola a chi li ascolta e se queste due persone diventano tre le cose si complicano e la magia si arricchisce di nuove timbriche, nuove visioni, nuove immagini e chi ascolta viene travolto, abbracciato da fasci immensi di note di intervalli, di triadi e di accordi di settima, nona, undicesima e tredicesima. Alterazioni e consonanze, toni e semitoni tutti insieme a formare un’unica spedizione di note che si lancia all’impronta verso una serie di anime pronte ad accoglierle a portarle con se ed a non liberarsene mai.” Questo diceva Indie prima di iniziare il suo concerto. Questo voleva far capire al mondo, questo voleva che la gente sapesse ogni volta che acquistava un disco, oppure ascoltava la radio oppure semplicemente sentiva cantare qualcuno sotto la doccia. La musica va rispettata perché da una forma al mondo. La musica va rispettata perché arricchisce l’ossigeno che respiriamo, la musica va rispettata perché è rappresentazione elettrica della vita di ognuno di noi. La musica va rispettata perché esiste nella natura come esistono gli alberi, gli animali e gli uomini. Si manifesta così, come miliardi e miliardi di miliardi di note che si spezzettano e viaggiano a fasci lasciando tracce di se in giro per il mondo. La musica va rispettata perché grida al mondo la propria esistenza, la musica è l’esistenza. Indie prese in braccio la chitarra e ricordò la prima volta che l’aveva fatto su quel palco. Era il lontano 89 e il primo brano era “Another brick in the wall part I” dei Pink FLoyd. Quindi toccava a lui far partire il brano con il re elettrico con il delay ostinato a segnare l’inizio del suo primo concerto in assoluto. L’emozione era talmente forte che la mano sinistra non riusciva a salire sul manico della Stratocaster che gli avevano prestato. Superare il mi cantino, il si e poi il sol era stato come scalare l’everest. Giunti sul re il concerto partì ed il blocco scomparì completamente fino a trasformarsi in una gioia immensa. La stessa gioia che prova il bambino quando vede lo sguardo della madre e le sorride. Bene quel palco faceva ancora quel meraviglioso effetto. Quel palco faceva ancor si che ogni persona che vi saliva avvertisse quella sensazione di gioia, bambino, madre.
Indossata Mercoledì Indie inizio il suo mantra:respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro. Respiro perchè c’è bisogno di imprimere forza ed avere ossigeno nei polmoni, urgenza perchè se non c’è è inutile suonare, se non avverti l’urgenza di farlo non te lo ordina nessuno di mettere le mani sullo strumento, cervello perché devi pensare a quello che suoni e trasmetterlo alla mano che dovrà eseguire il gesto, ogni volta come se fosse la prima, ogni volta meglio della precedente, ogni volta con più esperienza della volta precedente. La mano colpisce la corda, quella che hai scelto ed essa vibra fino ad arrivare nuovamente al tuo cervello che ti suggerisce la prossima. Le note viaggiano nell’aria e le respiri ed il ciclo si ripete. Prese fiato ben bene, non poteva sbagliare, quel momento era troppo importante. Indie avvertiva l’urgenza di porre fine a tutto, avvertiva l’urgenza di partorire quelle note anche se fossero state le ultime, avvertiva un’urgenza infinita, non aveva probabilmente mai avvertito quell’urgenza e forse non l’avrebbe avvertita mai più. Il suo cervello gli ordinò un mi minore settima nona in primo manico con molte corde a vuoto ed il fa diesis suonato sul mi cantino con il dito medio. La sua mano sinistra si posizionò e la destra cominciò a coccolare Mercoledì arpeggiando con infinita passione. i primi sei fasci di note partirono dalle corde e parte di essi furono catturati dal pick up della chitarra che li comunicò al jack strumenti che li portò all’interno del pre amplificatore che dopo avere digerito quella intensità sonora disse al finale che era ora di propagare i fasci verso la platea. Il finale non attese un attimo e fece vibrare il cono dell’amplificatore che con immenso piacere comunicò alla platea il mi minore settima nona di Indie. Non appena queste note uscirono fuori ed investirono la sala altre note erano già pronte in coda a seguire lo stesso iter delle precedenti e si avviarono. Erano le note di un la minore nona. Indie amava gli accordi di nona. e così come in ciclo infinito ricominciò la sequenza. Le onde investivano la sala e spostavano quasi fisicamente gli spettatori increduli di tanta potenza scatenata da una cosa per niente violenta. Un arpeggio di norma non dovrebbe essere così violento, ma in quel caso la gente veniva spostata da quelle note come se fossero suonate a volumi assurdi pur non essendone infastidite. Indie li stava conducendo con la sua musica su di una barca in mezzo al mare ed il mare era in tempesta.
I brani di Indie non avevano un titolo. Il titolo lo scriveva solo dopo aver ascoltato. Dipendeva da quello che la musica gli avrebbe detto in quel momento. Forse quel fluttuare gli faceva pensare ad un naufragio e quel brano si sarebbe chiamato molto probabilmente “Il Naufragio” o “Castaway” chissà, ma quella era la sensazione.
“In questo naufragio vi ho visto fluttuare, grazie davvero” disse Indie mentre il pubblico applaudiva compiaciuto. Poi lanciò uno sguardo verso il fondo della sala per verificare se Fly fosse arrivata, ma nulla, non vedeva nemmeno Libera tra il pubblico e questo da un lato lo tranquillizzava e dall’altro lo agitava non poco. Pensò che forse si erano incontrate fuori e stavano litigando, oppure semplicemente era un film che si era creato al momento e probabilmente Libera era fuori a bere e Fly non era ancora venuta. C’era tempo per un altro brano all’impronta. “E perché no adesso suoniamo l’autunno” disse usando il plurale maiestatis. L’autunno quella sera suonava in Sim con diverse alterazioni ed il basso passava da si a Sol arpeggiando molto velocemente le corde di Mercoledì. Cominciarono a cadere foglie nella sala e tutto si colorò di autunno. Il pubblico cominciò a camminare sulle foglie croccanti e si divertiva a scalciarle per farle rivolare ancora un po’. I platani che erano comparsi ai bordi della sala facevano da contorno e facevano ombra sul pubblico. Poi all’improvviso la pioggia scandita dall’arpeggio sempre più veloce e tutti si bagnavano ed aumentava il divertimento. I fasci di note arrivavano nel cielo improvvisato e scagliavano fulmini e tuoni innoqui sulla gente che si caricava e trasferiva energia al prossimo restituendone a Indie la parte necessaria per continuare. Poi smetteva di piovere ed un pallido sole si affacciava tra le foglie ed illuminava tutti e come un gigantesco phon il vento asciugava tutti i presenti che felici di quest’altra meravigliosa esperienza ritornavano ai propri posti ad applaudire. Questo brano era “Rain” per Indie in quel momento. Era Rain, il suo autunno per quel momento irripetibile. “Grazie per aver condiviso l’autunno con me ragazzi, è stato meraviglioso.” disse Indie e riprese fiato.
Professionalmente un musicista tende sempre a non far passare troppo tempo tra un brano ed un altro di un concerto, in quanto questa cosa potrebbe significare indecisione, mancanza di esperienza ed incertezza. Ma Indie era stanco e provato da queste due esecuzioni che l’avevano fatto dapprima naufragare e poi bagnare insieme agli altri sotto una fitta pioggia. La natura che si stava manifestando in quel concerto aveva chiuso fuori il mondo. Fuori dal circolo non esisteva più nulla. Tutto il mondo, tutta la vita, tutto era racchiuso nel circolo. Tutto era racchiuso nel tutto di quella splendida esibizione, di quel concerto irripetibile. Prese fiato e di nuovo recitò il mantra per iniziare un tecnicismo strano in tredici ottavi in do maggiore. Come quando in una discussione mille cose vengono messe sul piatto e nessuna di queste confluisce in una soluzione, così gli intrecci in tempi dispari di indie non trovavano pace in quel brano. Un brano molto difficile da seguire e da eseguire. Ma indie ormai era nel mood e la gente cominciò a quel punto a discutere insieme al brano. Nessuno sembrava d’accordo con l’altro e nessuna opinione veniva rispettata, poi piano piano qualche mediazione dettata da qualche misura in quattro quarti riusciva a far planare alcuni discorsi su dati di fatto più concreti quasi come un mi minore. Questo vociare tendeva poi ad un cambio di rotta repentino scandito da due serie di armonici netti che portarono il silenzio in sala e ad una discussione convergente che trovava tutti d’accordo. All’improvviso tutti parlavano la stessa lingua ed andavano pienamente d’accordo su tutto. Il quattro quarti in sol aveva messo d’accordo tutti e tutte le opinioni venivano rispettate come in una società ideale. Era il racconto dei punti di vista in cui dopo la lite si converge tutti verso un compromesso. Indie credeva che il compromesso fosse la misura del benessere apparente. Più ci si metteva d’accordo e più si andavano a limare le proprie e le altrui opinioni fino a giungere ad una opinione che apparentemente era comune, ma in realtà era solo la storpiatura delle opinioni originali. Indie odiava quei discutibili compromessi. Prese nuovamente la parola ed in maniera abbastanza presuntuosa disse “volete ancora qualcosa?” ed il pubblico esplose con un “siii”. Un Mi maggiore cominciò a far intuire una danza. Disegnò davanti a se le figure senza volto e senza sesso della Dance II di Henry Matisse, quadro da lui amato, e gli accordi andarono lisci senza problemi. Tutti i presenti cominciarono a ballare formando dei cerchi e saltando sorridevano e si tenevano per mano. Felici per una volta tutti insieme, tutti uguali, senza volto e senza sesso, senza differenze, uniti da una sola cosa, quella danza ipnotica. Fuori era sparito tutto per cui se Fly fosse arrivata doveva essere per forza lì. Fuori non c’era più nulla. Il circolo era diventato tutto, un tutto pieno di vite e di speranze, pieno di musica e di entità che si tenevano per mano. Pieno di anime danzanti felici per una volta tutte d’accordo, tutte guidate da quella serie di accordi nella tonalità semplice di Mi maggiore. Si semplice come la libertà della danza, semplice come un mi maggiore su di una qualsiasi chitarra. Danzavano tutti e danzava anche Mercoledì. Danzava il palco, il mixer, danzava Benny, e danzava il bancone. Danzavano le anime in pena e quelle felici. Danzavano i muri del circolo che cominciò a roteare su se stesso sollevandosi dall’asfalto e dal marciapiedi. Danzava la città ed il nulla che c’era intorno, danzava la zona orientale. Tutti si tenevano per mano e contemporaneamente si lasciavano e portavano le braccia in alto e poi di nuovo, sempre girando in cerchi a volte concentrici, si ricongiungevano prendendosi per mano e nuovamente su e poi giù. Queste scene facevano venire in mente ad Indie canti e danze popolari, donne che giravano su se stesse agitando le lunghe gonne a colori. Il suo momento era arrivato ed il livello che aveva raggiunto era quello sperato. Indie suonava il mondo ed il mondo si muoveva con lui e con la sua musica. Questo era quello che aveva sempre sperato. Voleva essere il dominatore delle onde sonore e ci era riuscito aveva trovato un elemento nuovo e lo dominava, lo governava con la sola forza del pensiero. Meravigliosamente il circolo rallentò e con esso il mondo e quindi Mercoledì portò esausta la danza verso il finale. Cinque minuti di applausi e grida dal pubblico. Indie in piedi commosso da tanta felicità della gente, della sua gente che ormai portava addosso le particelle della sua musica. Ormai la gente avrebbe portato una volta fuori di li la sua musica addosso e non se ne sarebbe liberata più. Anche Indie si sentiva arricchito e viveva quella come la serata più bella della sua vita in assoluto. Lanciò un altro sguardo lontano sul pubblico e finalmente vide la testa di Fly da lontano che pian piano si avvicinava verso il palco. Decise di iniziare nuovamente a suonare e scelse un accordo dolcissimo, un do minore nona suonato per lei, che sembrò fermare il tempo. Un accordo meraviglioso che bloccò le persone in sala. Indie si rese conto di riuscire a dominare tutti con le sue note e con le corde di Mercoledì. Allora cominciò a fare delle prove. Smetteva immediatamente di suonare e tutti si fermavano contemporaneamente e quindi li guardava negli occhi, ma gli sembrava che fossero tutti ipnotizzati, poi riprendeva e tutti riprendevano a muoversi. Solo Fly continuava la sua lenta avanzata e così Libera dal fondo della sala. Erano le uniche due che non riusciva a fermare, nè controllare in nessun modo con la sua musica. Tutti obbedivano alla sua musica, tutti obbedivano alle sue note, ma Fly e Libera no. Avanzavano e nel frattempo quella distanza sembrava per loro e per Indie incolmabile. Intanto il suo do minore si era trasformato in un sol minore settima nona ed un fluido azzurro pervase la sala come un magma vulcanico. Investì tutti che non sembrarono disturbati dalla cosa. Investì e ritardò ancora il passo di Fly e Libera, ma non le fermò. La sua musica era diventata un’arma di difesa. Lanciava note per ritardare il momento in cui Fly prima e Libera dopo sarebbero arrivate a lui. Non sapeva esattamente perché ma quella cosa gli faceva paura. Gli metteva ansia il pensiero di essere raggiunto sul palco e magari di essere interrotto dalla loro presenza. Allora per questo continuò a suonare sempre più forte generando eventi, movimenti, ed azioni che impedissero o meglio ritardassero quel momento che sicuramente sarebbe stato di scontro. Indie era consapevole che la più bella serata della sua vita poteva trasformarsi in qualcosa di più memorabile. Cominciò a credere che tutta quell’energia prima o poi sarebbe finita o meglio si sarebbe trasformata e che il momento di affrontare quella situazione sarebbe arrivato. Il brano volgeva al termine ed Indie vide che la gente cominciò ad indietreggiare mentre Fly e Libera erano quasi allineate di fianco ed ormai di fronte a lui sul palco. Nessuna fuga, nessuna arma, nessuna scusa, nessun movimento di nessun genere poteva evitare l’affronto della verità.

