“Sveglia Indie, sveglia” una voce arrivava al suo orecchio destro , ma Indie non riusciva a capire da dove. “Svegliati amico mio, le cose stanno cambiando”. Avvertiva questa voce e non sempre arrivava con la stessa frequenza, timbro od intensità. Gli arrivava e basta e per questo che spesso si girava velocemente di scatto per cercare di beccare la persona che gli faceva questo scherzo. Non erano le uniche parole che avvertiva, anzi a volte gli succedeva si avvertire sospiri, singhiozzi di pianto e qualche “ti voglio bene” lanciato qui e la. Poi scomparivano nel nulla, nella terra del silenzio. Indie era stanco, ma pronto ad affrontare quella che sarebbe stata la sua serata. Era provato perchè le emozioni ti sfiancano. Era fisicamente colpito da tanta violenza emotiva. Dove porta la musica indie lo sapeva bene. Quali sono le porte che riesce ad aprire un accordo di mi minore nona Indie lo sa bene. Se poi la tensione si sposta verso un re settima con la terza al basso e quindi fa diesis, le cose si mettono ancor meglio e non c’è sol maggiore migliore di quello che stai pensando che dovrà necessariamente arrivare. Alle sue orecchie gli accordi e le note arrivavano anche esse come dei sospiri. In alternanza il “ti voglio bene” e “svegliati Indie, svegliati” venivano intersecati da “fa minore quinta bemolle”, “re minore settima diminuita”. Sospiri che alternavano parole ed accordi, voce e musica, tutto e sempre tutto insieme a formare una unica ed integrata verità. Lunga vita a “Mercoledì” pensava rivolgendosi alla sua chitarra preferita. “Lunga vita a te mia condottiera, lunga vita a tutti quelli che hanno permesso questo e che mi hanno portato a scrivere musica ed a trasmettere quello che provo, lunga vita a chi guardandomi ha pensato: ‘adesso gli regalo una chitarra”, lunga vita a chi crede che questa cosa porti da qualche parte e quindi lunga vita a me, solo a me”. Si lunga vita a Indie pensava ed a tutti quelli come lui. Indie era consapevole che i sospiri l’avevano portato verso una scelta molto difficile su come condurre la sua vita. Sarebbe stato così semplice dedicarsi ad un’attività che porta soldo sicuro, sistemazione, e tranquillità economica. Sarebbe stato comodo affossare tutti i suoi sogni, tutte le sue speranze di un mondo migliore. Sarebbe stato comodo lasciare le sue note ed i suoi accordi in un cassetto e magari fare un concorso e cercare di prendere un posto nello stato. Sarebbe stato si difficile, ma comodo sbarazzarsi delle proprie emozioni e tenerle a bada con un “la musica e l’arte non ti danno da mangiare”. Senza dubbio pensava indie che razionalmente questo era il discorso da fare. Senza dubbio pensava Indie che questa era la morte del suo cervello della sua identità e di tutto quello che riusciva ora a vedere ed a vivere lontano dalle scrivanie piene di fogli inutili. Sarebbe stato comodo non dover pensare durante un accordo suonato sulla sua “Mercoledì” e non ci sarebbe stata nemmeno “Mercoledì”. Che comodità non avere una chitarra a cui dare un nome. Che piacere non avere musica che ti gira nel cervello, che meraviglia non dover avere l’emozione di salire sul palco, che cosa straordinaria non dover mostrare le proprie emozioni agli altri tramite l’arte. Che spettacolo starsene a casa a subire la televisione, che cosa meravigliosa poi essere e fare i presenzialisti davanti ai night club parlando male dello stato o dicendo banalità del tipo “si stava meglio quando si stava peggio” mentre magari si sorseggia un cocktail da 10 euro. Che fortuna appoggiare la testa sul cuscino la sera e non avere canzoni nel cervello, che meraviglia non dover cambiare le corde al proprio strumento, che gesti straordinari prevedono l’apposizione di un timbro su di una lettera. Che bella la vita senza l’arte. Vero? Una tragedia sarebbe pensava Indie, una tragedia senza fine. Uomini senza identità, tutti uguali come i bambini al macello nel video di “Another brick in the wall”. L’annullamento dell’identità priva di sospiri che ti sussurrino che direzione intraprendere. Senza nessuno che ti dica dove andare. Era così bello alla fine riuscire ad avere tutto questo. Il cervello sempre impegnato e vocine che ti indicano la strada da prendere per svoltare, per essere diversi dagli altri ed integrati perfettamente con il mondo, con la natura, con le espressioni più pure di tutto quello che ci circonda e non somigliare a nulla a niente di tutto ciò. Indipendenti dal mondo e completamente schiavi di esso, indipendenti dalla natura, ma pienamente integrati in essa. Questo era Indie e questo voleva essere. Un tutt’uno con la natura e con le voci che gli consigliavano cosa fare. Ogni sospiro era di sollievo, ogni sospiro era la traccia che c’è un modo per cambiare, era la prova, era la dimostrazione che si può tranquillamente uscire dal quotidiano, dallo “già visto”, dall’essere un prodotto, tutto questo gli dimostrava che c’era un’altra strada su cui potevi camminare e che nella lunga corsa, come diceva Robert Plant dei Led Zeppelin in “Stairway to heaven”, c’è sempre tempo per cambiare la strada su cui sei, ed anche Robert Plant nel live più famoso aggiunse un “fuori testo” : “I HOPE SO!”.
“And it makes me wonder” risuonò come un campanello nel suo cervello ancora una volta. Pensare era ed è ancora gratis. Attendere non lo è, gratis, pensava sempre Indie. “Attendere implica che qualcuno sta facendo qualcosa ed un altro sta aspettando di averla.” Anche di questo avrebbe parlato quella sera.

