Il mercato delle major era quello da cui Indie voleva scappare. Non gli piaceva affatto che un disco fosse considerato un prodotto e credeva fortemente nella creazione artistica come unico atto vero e puro da considerare e rispettare. Produrre un brano, una canzone, una colonna sonora, un film, per Indie significava produrre artisticamente e niente altro. Riuscire a realizzare qualcosa che raccontasse una situazione, un episodio, un pensiero, un desiderio, una sofferenza, quello gli interessava. Non aveva importanza che quel desiderio, o quella paura venissero poi vendute al mondo come merce. Quelle cose che aveva prodotto meritavano rispetto ed andavano esternate od al più distribuite. Il mondo doveva sapere come la pensava e soprattutto come pensava. Il mondo doveva sapere che Indie riusciva a comunicare tramite la sua musica e niente più. Non gli piaceva l’idea che qualcuno potesse fare delle sue esternazioni, della sua ecletticità, delle sue espressioni un motivo di ricchezza. Per questi ed altri trecento motivi Indie non riusciva a pensare alla telefonata della Product. Non riusciva a farsi capace che quella era la sua occasione da un lato, ma la sua fine dall’altro. Abbandonare la sua indipendenza e la sua voglia di condivisione artistica per entrare sui banchi e negli espositori dei negozi e vedere magari la sua timida faccia su fotografie e cose del genere su cartelloni nelle librerie. L’essere eventualmente trattato, considerato come una specie di fenomeno one shot, una botta e via, lo faceva stare malissimo. Si rese conto però che era la prima volta che ci stava pensando per un po’ di tempo in più rispetto al solito. Era la prima volta forse che le cose gli si formulassero davanti agli occhi con maggiore chiarezza. Era la prima volta che Indie vedesse la possibilità di non accettare senza troppi risentimenti. Però, che follia dire di no alla Product. Forse sarebbe diventato famoso comunque. Già immaginava i titoli dei giornali locali al mattino del primo dicembre: “Indie dice di no alla Product” oppure “Meglio indipendente!” e via qualche intervista di qualche pseudo giornalista. Indie spesso creava delle interviste nel suo cervello e le immaginava alla televisione. Spesso si vedeva seduto sulla poltrona di qualche talk show in cui il presentatore gli dava del lei e gli rivolgeva la parola con un foglio davanti. “Indie, allora come è stato passare dalla sua indipendenza di ‘unsigned’ alla sua schiavitù di artista major?” oppure “Indie come ha vissuto il passaggio dall’essere sconosciuto anche tra gli indipendenti all’essere superfamoso tra i ‘grandi’?” Queste cose gli facevano troppo ridere alla fine. Non poteva succedere quello che immaginava, ma lo immaginava e questo lo faceva succedere. Forse era anche per questo che sognava la sua quinta stagione dove il tutto poteva succedere insieme al niente. Negli anni precedenti a quel fall festival il suo desiderio era di aprire una etichetta discografica. Di far si che ogni artista avesse la sua possibilità di dire ci ho provato. Voleva che la sua etichetta fosse una social-etichetta e non una classica associazione no profit che poi no profit non poteva essere. Non voleva che l’etichetta avesse una sorta di “ragione sociale” ed una partita iva per poter essere controllata anche perchè sapeva benissimo che così facendo avrebbe semplicemente pagato tasse a vuoto su introiti che non avrebbe mai avuto. La sua etichetta doveva essere solo un modo per poter raccogliere e classificare tutte quelle anime che volevano fare musica per un fatto artistico e nulla più. Niente fissati per la musica pop italiana a tutti i costi, niente fissati per x “fucktor” o per bugie come “amici”. Niente fissati per i festival che servono solo alle reti televisive, niente fissati per il glamour a tutti i costi. Solo puri artisti che al primo tentennamento verso la notorietà nel senso classico sarebbero stati messi alla porta oppure semplicemente indirizzati verso altre realtà. L’avrebbe chiamata IndieFarm Records probabilmente per ricordare il nome del suo studio, ma questo probabilmente avrebbe fatto pensare ai gruppi indie-rock cosa che per Indie non aveva molto senso. Gli avevano rubato anche le parole ed era difficile riuscire ad utilizzarle senza cadere in doppi sensi o fraintendimenti. La IndieFarm Records degna di una etichetta come si deve avrebbe fatto le sue session di musica all’impronta, avrebbe invitato gli artisti di gruppi differenti a suonare insieme ed a produrre brani insieme. Avrebbe fatto delle feste in cui gli artisti potessero sentirsi parte di una cosa indefinita, aperta, open source in cui la condivisione non fosse solo di note, ma anche di pensieri ed opinioni. La IndieFarm records avrebbe avuto il suo festival ed avrebbe prodotto di sicuro i dischi. Avrebbe venduto i cd ad un prezzo equo considerando che la stampa di un cd costa alla fonte all’incirca 1 euro. Avrebbe cercato di raggiungere la notorietà per la qualità artistica dei musicisti artisti e non perchè l’ufficio stampa di turno sarebbe stato bravo a piazzare le recensioni sui giornali giusti o sulle televisioni e/o nelle radio che ascoltavano tutti nelle ore di punta. Indie non sopportava questa cosa. Non riusciva ad accettare che la gente subiva la musica della radio e la accettava come buona solo perché la radio la trasmetteva in continuazione. La gente non pensava che se la radio manda un brano per giorni non vuol dire che il brano sia bello. La radio mando un brano per diversi giorni perché qualcuno ha pagato affinchè lo faccia. Quella non è musica per Indie, quello è prodotto, è posizionamento di un prodotto sul mercato. Mandare un pezzo centinaia di volte alla radio è come pubblicizzare il nuovo assorbente della qualcosa-pocket mentre la signorina si lancia con il paracadute dall’aereo di turno. Indie capiva che non c’era misura nella promozione della musica, si mischiava la musica con gli omogeneizzati, con i prodotti elettronici. La prova lampante di questo era davanti agli occhi di tutti. Bastava entrare nelle grandi catene di dischi. Cd, dvd, gioci per la playstation, poster, libri, ricchi premi e caramelle e cioccolata tutto insieme, in un unico puotpouri di nullità ed appiattimento.
La sua etichetta sarebbe stata senza dubbio l’etichetta discografica più ricercata artisticamente, ma senza artisti probabilmente se non lui e qualche altro pazzo. I musicisti ed Indie lo sapeva bene, volevano principalmente notorietà e soldi e difficilmente riuscivano a scendere ai compromessi fin troppo stretti della condivisione dell’arte. Il motivo per cui le major ed anche le etichette indipendenti avevano questo successo era perchè promettevano soldi e successo. Le regole della serie a delle major erano esattamente le stesse della serie b delle etichette indipendenti con la piccola differenza che il giro di soldi era minore e quindi minore possibilità di visibilità successo fama soldi. Queste cose rendevano sempre un pò triste Indie. In realtà quando si fermava a pensare queste cose si rendeva conto che se non si soffermava sulla questione soldi il pensiero di passare alla Product lo tentava decisamente, poi invece ci ragionava anche un po’ e si rendeva conto di quale errore madornale stava per commettere. Era dura decidere così come era troppo dura resistere. Anche di questo avrebbe parlato quella sera. Chissà forse sarebbe stata l’occasione giusta per poter lanciare l’idea di formare quella etichetta artistica in maniera definitiva davanti alla maggior parte delle persone che voleva partecipassero. Si domandava come avrebbero preso l’argomento e come sarebbero rimasti all’idea della creazione di una etichetta indipendente non più gestita da un imprenditore bensì gestita da loro stessi, da tutti loro. Indie sapeva bene anche che troppe teste insieme non riuscirebbero a gestire nulla, ma era comunque fiducioso sullo spirito artistico della cosa. Se una cosa nasce dall’arte per l’arte, i soldi non servono a tenerla in piedi. Se una cosa nasce dall’arte per la fama ed il successo allora ha bisogno solo di soldi e non più di arte. Questa era la sua verità e questa era un’altra delle cose che avrebbe detto quella sera. “Se una cosa nasce dall’arte per l’arte, i soldi non servono a tenerla in piedi. Se una cosa nasce dall’arte per la fama ed il successo allora ha bisogno solo di soldi e non più di arte” questo pensiero gli era davvero piaciuto e cominciò a ripeterlo nella sua mente come un altro mantra. “Questo lo devo assolutamente dire” pensò.
Artisticamente era una parola piena di significato per Indie e voleva rispettarla, ma voleva anche essere lontano da tutta quella gente che ne faceva un abuso evidente. Odiava chi sosteneva la tesi che tutto fosse arte, senza dubbio, Indie pensava, tutto è espressione di qualcosa, ma tutto non è arte. C’era una categoria di snob pseudo intenditori che avevano generato in alcuni imbecilli che una cosa per essere bella deve essere complicata ad ogni costo, oppure al contrario che una cosa complicata è senza dubbio bella perchè si possono trovare molte interpretazioni. Per Indie erano stronzate. Anche su di una pietra trovata a mare o sulla spiaggia di possono costruire storie e quindi trovare interpretazioni. Forse il mare l’ha abbandonata lì sulla spiaggia per motivi sentimentali, o forse la pietra è lì perché c’era stato mal tempo o forse la pietra è lì a testimoniare con le sue curve ed i suoi colori, lo scorrere inesorabile del tempo. Mille interpretazioni su di una cosa che non ha movimento e con non ha creato nessuno se non il tempo stesso. Anche questo avrebbe detto quella sera.
La sua IndieFarm Records sarebbe stata lontana da tutto questo far finta. Le cose che sarebbero venute fuori senza un reale significato sarebbero state classificate come tali, mentre quelle davvero artistiche avrebbero palesato da sole il loro significato senza il minimo problema e senza dover intervenire con decorazioni a contorno. Le cose ricche di significato palesano il loro spessore senza bisogno di spiegazioni. Le cose ricche di significato sono e rappresentano il loro significato, sono assiomi, non hanno bisogno di dimostrazione.
Indie era e viveva tutto questo con amore e rassegnazione. Avrebbe voluto che il mondo intero rispettasse il prossimo. Nulla di più che una sincera e pura attenzione verso gli altri a partire dal modo di rapportarsi e di parlare. A partire dal fatto che non c’è bisogno di alzare la voce per farsi sentire, a finire al fatto che essere ascoltati è un diritto sacrosanto che non può assolutamente essere messo in secondo piano. Nella scala dei valori di Indie il rispetto e l’attenzione troneggiavano indisturbati. Forse per questo era stracolmo di amici e per questo riusciva a fare dei profili dei suoi amici così dettagliati. Riusciva a descrivere le persone che incrociavano il suo percorso con tanta precisione proprio perché li scrutava sempre un po’ attentamente fino a scavare nel loro intimo. Fino a raggiungere quella conoscenza che portava all’assenza delle parole. Le parole con gli amici veri diventavano inutili. Le parole non servono se conosci la persona che ti sta accanto, le parole servono per capirsi, non servono quando si è già “capiti” vicendevolmente.

