Il dubbio di Indie era sempre se preparare il discorso oppure no, se arrivare sul palco pronto a recitare quello che aveva studiato oppure andare a braccio. Il suo discorso iniziale del fall festival era abbastanza scientifico e questa preparazione servì ad ottenere un risultato molto soddisfacente. La gente era attenta e lui andava fluido essendo dotato di una memoria molto forte. In quei giorni aveva comunque maturato diverse esperienze ed erano successe moltissime cose per cui il suo discorso poteva in qualche modo rappresentarle e l’avvicendarsi delle nuove situazioni rendeva la preparazione un pò troppo difficile. Le cose cambiavano di continuo e soprattutto Indie cambiava di comtinuo insieme alle cose. L’esperienza del sogno ricorrente come quella della quinta stagione restavano cose indescrivibili, ma pur cose di cui avrebbe voluto parlare. Così come gli sembrava assurdo non tirar fuori qualcosa che avesse a che fare con la telefonata della Product Records a cui ancora rifiutava di pensare, così come gli sembrava indelicato nei suoi confronti non riuscire a mettere due parole su riguardo la storia di Seah, terra della tenacia venuta fuori dal nulla e concretizzata con una fuga post-amore. Il suo ritorno sul palco anche come musicista senza dubbio davca anche una serie di informazioni e di nozioni da dover necessariamente condividere con il mondo. Indie di argomenti insomma ne aveva un bel po’. Forse l’unica cosa era riuscire a metterli tutti insieme e tutti in fila per poter tenere la platea sveglia e soprattutto per farla riprendere dal suo concerto. I Pocket avrebbero suonato per 20 minuti circa e la gente sarebbe stata lì attenta a non perdere nemmeno un gesto di Libera sulla chitarra, come sarebbe stata attenta a non perdere nemmeno una nota. I concerti dei Pocket facevano un gran bene alle persone. Servivano a far pensare, a rendere la vita più pura. E’ strano come certe cose possano accadere, ma in realtà molte persone non sanno esprimersi in maniera tradizionale. Molte persone non riescono a parlare come gli altri, molte persone devono trasformare trasdurre il proprio pensiero in forme diverse dalla parola. I Pocket e libera in particolare erano capaci di trasmettere alle persone una sorta di assegno. Suonavano come per dire:”ricordatevi sempre questa cosa.. mi raccomando.. in ogni vostra azione cercate di tener sempre presente davanti agli occhi questa cosa.” Questo era il clima che riuscivano a creare mentre suonavano. Una cosa veramente strabiliante. Indie invece disegnava dei percorsi e la sua musica era capace di farti viaggiare. Passava attraverso il tempo e le terre. Attraversava la terra del silenzio e quella dell’amore ed accarezzava gli alberi, le piante, le foglie. Metteva le mani nell’acqua dei fiumi mentre passava leggiadra e veloce e risalendo sulla cima delle colline accarezzava i prati verdi. Indie ti trasportava in mondi mai visti, ti infilava sotto le coperte e ti permetteva di sognare. Indie ti rendeva felice. Libera ti faceva pensare, Indie ti rendeva felice. Il paradigma era sempre lo stesso e la tecnica inevitabilmente uguale per tutti: respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro, e poi ancora respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro. Il respiro di Indie si faceva più sereno. Sentiva nell’aria l’arrivo della sua ora. C’era senza dubbio da aspettare e l’attesa non era mai una bella cosa, ma per quella sera gli sembrava un’altra cosa. Attendere di parlare ai profili che aveva creato nella sua mente era una sensazione nuova. Diversa dalla prima sera, diversa da sempre. Diversa da tutte le volte che si era dato al pubblico ed aveva esternato le proprie emozioni. Tutte le sue tournee in passato non valevano quanto quella sera. Tutte le cose che aveva composto non riuscivano a descrivere le emozioni di qwuella sera. L’aria era pregna di emozione, l’aria era piena di ossigeno e si stavano già formando le strade che avrebbero accolto le note di Indie. Si sarebbero già intrecciati gli incroci, le sopraelevate, i ponti. Tutto quasi pronto per poter ospitare il turbinio di note e di colori che Mercoledì avrebbe sprigionato durante quella magica serata. Decise di bere e si avvicinò al bancone del circolo. Salì nuovamente sullo sgabello dove prima si era reso conto di essere sereno. Si sentì nuovamente così e chiese a Marco di dargli un rum. Adorava anche il rum, gli faceva avvertire una terra sempre amata e lo divertiva sempre un po’. Il rum era quella cosa che il suo stomaco non poteva accettare, ma che lui ed il suo cervello accettavano ben volentieri. Un po’ come il vino, molto meno pero’. A pochi passi da lui c’era Carl, uno scrittore che conosceva da poco, ma con cui aveva immediatamente stretto un bel rapporto di amicizia. Carl scriveva favole molto belle e profonde di quelle per bambini che servono agli adulti. Scriveva delle cose davvero toccanti tanto che una volta decisero insieme di fare un reading musicale. A Salerno non se ne erano visti tanti, e loro crearono una specie di moda. Infatti dopo poco anche altri cominciarono a fare così. Brindarono insieme al loro incontro ed alla giornata importante che aspettava Indie ed anche un pò tutti loro che erano lì. Ricordarono insieme una serata esilarante di quando andarono a parlare con “Mister Digiamo”, personaggio molto noto nell’ambiente salernitano possessore di un locale, per Indie e per quelli come lui, assurdo. Una specie di night club molto frequentato creato sullo stile trash anni 80 della serie: Edwige Fenech esce nuda dalla doccia e Lino Banfi oppure Renzo Montagnani la guardano dallo spioncino della porta. Mister Digiamo aveva avuto la splendida idea, splendida si fa per dire e quindi la pretesa di ospitare il reading nel suo locale durante una cena i cui ospiti erano tutti super mega ricconi altolocati con la puzza sotto al naso che fingevano di essere intenditori di vino, arte e musica jazz BLEAHH. La sera che Indie e Carl si erano recati da Mister Digiamo questi aveva tentato di illustrare la propria idea intersecando il suo discorso con mille “digiamo” che è in realtà la storpiatura di “diciamo” dovuta ad una evidente origine cilentana del soggetto. Poichè Carl sapeva che Indie era sensibile a queste cose l’aveva avvisato che quando Mister Digiamo avrebbe parlato quella sera, ogni due o tre parole avrebbe infilato il suo intercalare esilarante. Nonostante ciò, e forse proprio grazie a ciò, Indie passò la serata del discorso di Mister Digiamo a nascondersi per gli scoppi di risate improvvise. Indie e Carl ridevano ogni volta che ne parlavano e soprattutto Indie si era fortemente rifiutato a fare quella serata in quel posto, fuori contesto, fuori arte, fuori tutto. Alzarono i calici e brindarono nuovamente salutandosi.
Il discorso di Mister Digiamo era senza dubbio una cosa che Indie ricordava molto bene, era praticamente l’insieme delle parole che disegnavano esattamente tutto quello che non avrebbe mai voluto vedere, mai voluto fare, mai voluto organizzare, mai voluto far parte. Era come se in una registrazione della voce in una traccia ci fossero solo i rumori di fondo, cioè tutto quello che non deve essere riportato in un disco di qualità. Meno male che esistevano queste cose, era il modo per capire quali fossero le cose giuste, almento per Indie e per quelli come lui. Pochi istanti dopo come in una processione di saluti alla statua di un santo passarono quasi tutti i profili di Indie, tutti a salutarlo ed a chiedergli quanto e quando avrebbe suonato. Tutti a chiedergli cosa avrebbe fatto e detto quella sera, quasi come se fossero impazienti e quasi come se non volessero aspettare. Questa cosa ad Indie dava immensamente fastidio, questa cosa ad Indie dava ansia e non riusciva a spiegarsela.
“Cosa pensa una persona prima di fare un discorso?” si chiedeva Indie perplesso.”Cosa immagina, cosa pensa, cosa si aspetta, cosa dirà, come cercherà di aprire e come cercherà di creare attenzione senza farla perdere”. Tutti perdono attenzione in un discorso fatto da un’altra persona. Tutti prima o poi si addormentano. Indie voleva creare il discorso perfetto. Indie voleva catalizzare verso di se tutta l’attenzione possibile del mondo. Indie necessariamente doveva dare al mondo queste cose e voleva che il mondo le digerisse come lui le aveva digerite. Voleva trasmettere a tutti questa sua sensazione di indipendenza applicata alla vita innanzitutto, alla musica poi ed infine all’integrazione del proprio corpo con le terre del silenzio, della tenacia, dell’amore. Quest’ultimo aspetto era difficile anche per lui da accettare e da capire, ma sentiva che forse era l’aspetto più importante. Quello della quinta stagione, quello della integrazione della mente con il corpo, del vivere davvero con il vevere nella propria mente. Quel concetto Indie sapeva che aveva un nome, ma ora non riusciva a trovarlo e forse quella sarebbe stata la chiave di tutto il suo discorso.
Era ancora lì al bancone quando incontrò Charlie, amico di sempre, collega musicante. Aveva fondato con lui un gruppo e ne avevano fatto una bandiera. Avevano suonato per anni nei locali ed avevano creato una sorta di precedente per cui tutti quando fondavano una tribute band ed andavano a suonare cercavano di paragonarsi a loro. Negli anni passati erano stati come una unità di misura del gradimento delle band nei locali. Si sentivano dire cose del tipo:”se suoni al sessanta per cento di come suonano loro, sei sulla buona strada”. Avevano fondato la band che quando suona dal vivo si muove tutta la città. Uscivano articoli sui giornali il giorno dopo che avevano suonato con le richieste di aiuto degli inquilini dei palazzi circostanti il locale dove avevano suonato. Non smettevano mai di raccontarsi la volta che uscì quell’articolo intitolato:”Spegnete quel Fabula!”. Si il Fabula, glorioso locale di Salerno aveva ospitato centinaia di artisti di ogni genere e qualità e loro erano stati protagonisti di una stagione intera e ne parlavano sempre come una sorta di preghiera per il futuro. Indie ordinò un altro rum, mentre charlie scelse la sua amatissima grappa. Brindarono alla loro amicizia e come per gradire la processione continuò. Ognuno aveva, come spesso accade, una idea personalissima di come dovevano essere fatti i progetti di Indie. Se qualcuno in passato lo aveva ascoltato dal vivo, di sicuro dopo il concerto gli avrebbe detto:”sai, io ci vedrei un clarinetto” oppure “sai, io di certo ci vedrei delle immagini proiettate alle spalle.” Nessuno riusciva ad avere rispetto del fatto che il progetto era di Indie e niente più. Se non fosse stato così, magari si chiamava Slave, schiavo di ogni opinione altrui, e quindi mai se stesso. Come pensò a questo gli tornò in mente la questione Product Records e cercò di abbandonarla quanto prima alla velocità della luce. Intravide nel frattempo una sagoma avvicinarsi verso di lui, riconobbe l’andazzo e cominciò a sorridere alla sola idea che una persona, quella persona, fosse lì da lui ad ascoltarlo. Abbracciò Mauro con tutte se stesso e gli disse “fratello, che ci fai qui tra questi comuni profili mortali?” Indie aveva una stima di Mauro superiore ad ogni altra persona. Mauro rappresentava per lui la purezza e la pulizia, l’impegno e la determinazione. Ogni volta che si incontravano il tempo era sempre troppo poco per potersi raccontare, ma riuscivano lo stesso a tenersi sempre in contatto in qualche modo. L’ultima volta Mauro gli aveva detto:”vediamoci per un caffè” e poi aveva aggiunto come amavano sempre fare, “sai quanti danni può fare un caffè?” e di questa cosa ne ridevano tantissimo. Indie si rese conto che aveva tanti amici con cui poter ridere di qualcosa e questo lo intristì stranamente. Indie riusciva a rendere triste una cosa che per un’altra persona poteva essere una gioia ed una fortuna immensa. COn questo non è che credesse che avere degli amici non fosse una fortuna, ma semplicemente avere degli amici significava anche avere delle responsabilità. “Quando dici a qualcuno che gli vuoi bene in realtà gli stai mettendo il tuo cuore sul suo tavolo ed un coltello accanto e gli stai dicendo ‘fai di me quel che vuoi, ormai è tutto nelle tue mani’” Molte persone avevano fatto così con lui e lui non poteva e non voleva deluderle. Pensò che anche questo doveva far parte del suo discorso finale del fall festival. Cominciò a fare una tassonomia delle cose che doveva dire e cercò anche carta e penna per poter prendere nota di tutti quei pensieri. La testa cominciava a girare e si allontanò dal banco per potersi riavvicinare al palco. I Pocket erano seduti li vicino e parlavano tra loro, quando Indie si avvicinò e prese Libera per una mano e la portò via con se nel camerino.
“Ho bisogno del tuo aiuto per poter ricordare le cose che devo dire stasera, mi aiuterai? sarai al mio fianco?”
“Sono sempre al tuo fianco, davanti e dietro di te.” e sorrise non guardandolo nuovamente.
“Devo classificare le cose che dirò , mettere gli argomenti in ordine di priorità, devo ancora pensare all’apertura e cosa dire alla fine.” e Lei: “Cosa dire alla fine non è una cosa che puoi decidere ora e lo sai, cerca piuttosto un modo per cominciare bene vedrai che poi tutti riusciranno in qualche modo a seguirti”. Fu così che andò via la corrente nuovamente e Libera gli strinse le mani dicendogli:”sai è la prima volta che ho paura con te, pensavo che questo momento arrivasse, ma non così presto, ed ora ho paura”
Indie non capiva bene quando Libera diceva queste cose, ma dentro di se una vaga sensazione gli bruciava lentamente lo stomaco e gli diceva: “guarda che secondo me stai cominciando a capire”. La luce elettrica tornò di colpo ed il telefonino di Indie vibrò mettendo in evidenza il nome Fly. Indie girò il monitor del suo smart phone verso Libera e le fece leggere il nome. Lei girò la faccia e disse:”me lo fai apposta?” e Lui: “no dai ti prego fammi vedere che riesci a guardare questo nome senza problemi” e Lei:”non riesco, non riesco e lo sai, poi oggi ancor di più mi viene difficile se non impossibile.” Indie non riusciva ancor bene ad intuire questa epica battaglia e pur volendone stare fuori con tutto se stesso ci si trovava dentro con tutto se stesso.
Benny dall’altro lato del mixer parlò al microfono e la voce arrivò nelle casse spia disposte sul palco: “ragazzi, secondo me dobbiamo cominciare, la gente è arrivata e fra poco il circolo sarà pienissimo, Libera presenta tu la tua band, suonate, poi Indie sale sul palco suona e poi stesso da li pronuncierà il suo discorso finale e stop, siete d’accordo con la scaletta allora?” Indie annuì, i Pocket si guardarono e decisero che anche per loro era tutto ok. Benny abbassò le luci e la gente cominciò ad entrare nella sala. I pocket cominciarono a sistemarsi sul palco. La serata stava per cominciare, il grande finale, il grande ritorno di Indie sul palco del circolo il grande momento dell’unione delle terre, il momento della quinta stagione stava per arrivare.

