Una casa condivisa da molte persone. Una comunità di persone simpatica nelle campagne dell’emilia. Una casa con molti artisti. Ormai li conosceva tutti per bene e quando li incontrava in sogno li riconosceva come se fossero sempre vissuti con lui. Gli sembrava come se avesse vissuto tutte e due le vite, da sveglio ed in sogno e non sapeva bene alla fine quale fosse quella corrente. Le viveva tutte e due, solo una più dell’altra. E da una riusciva a ricordare l’altra come in un pazzo dualismo ideale. Come avere due case, due famiglie, due mestieri, due modi di affrontare il mondo ed avere il manifestarsi di questi in maniera del tutto casuale senza riuscire a governare quando restare in una o l’altra vita. Il suo sogno ricorrente era proprio questo, vivere in comunità. Una comunità di artisti pazzi, simpatici nelle campagne dell’emilia. Chissà perchè l’emilia. Mah. L’ultima volta che aveva sognato questa cosa però gli abitanti gli avevano detto che non aveva avvisato che avrebbe dormito quella notte lì e che quindi aveva sbagliato e che era un grosso problema la sua presenza. Indie non ne era rimasto colpito più di tanto. Il suo senso di non appartenenza riusciva tranquillamente a vestirsi dei rifiuti che riceveva dalla società. Era come dire abituato ad essere considerato “non parte” di qualcosa. Era uno status che conosceva bene in tutte e due le “irrealtà” o realtà che siano. Quindi in quel sogno era stato cacciato dalla comunità e quindi adesso viveva in una sorta di paradiso digital virtuale da diseredato dal mondo dei sogni, da emarginato dalla irrealtà. Indie era diventato più indipendente nei sogni, più che nella realtà.
L’aria fresca del lungomare gli dava però la certezza che il suo era un sogno e che quindi la realtà parallela principale era quella del motorino di Benny. Ripensò a Seah ed il suo stomaco si contorse come se avesse digerito un boccone amaro. Il ricordo era meraviglioso, ma il pensiero di un non futuro gli spezzava la schiena. Forse era stato un errore, o forse era stato semplicemente un azzardo. Forse era stato un toccasana oppure l’ultimo pasto di un condannato, ma senza dubbio era stato molto, ma molto esaltante. Seah dal canto suo era svanita nel nulla ed il nulla faceva pensare che sarebbe tornata mai. Era come un grosso evento in un piccolo posto. Non ci entra. Indie era comunque sicuro che quel giorno sarebbe rimasto nel suo database per tanto tanto tempo. e questo lo rendeva comunque molto ma molto felice.
Arrivò alla zona orientale ed arrivò quindi al circolo nuovamente. Parcheggiò il motorino e come un ladro si infilò silenzioso nel circolo che misteriosamente era diventato vuoto. Vuoto ormai come la sua mente. Zia Giulia l’aveva aiutato molto e si sentiva pronto ad affrontare ogni cosa. Attraversò la porta della sala e nulla, non c’era nessuno. Ritornò sul luogo del delitto e qui era rimasto solo l’odore di tutta quella passione. All’improvviso la luce si spense ed Indie rimase come impietrito rispetto all’evento, ma era pronto a tutto. Era nel buio totale, il circolo era al buio totale, così come la città era al buio totalmente. Sembrava che si fossero tutti ritirati improvvisamente a casa e non era rimasto null’altro che Indie ed il suo respiro. Chiuse gli occhi tanto non serviva lasciarli socchiusi. All’improvviso al suo respiro se ne affiancò un altro, ma questo alitava nel suo orecchio come se qualcuno volesse sussurrargli qualcosa. “Indie… ti prego abbracciami”. Questo arrivò al suo orecchio destro. “Indie ti prego fammi sentire il tuo abbraccio ancora una volta”. Poi la luce si accese di colpo e si accorse di essere ancora solo. Con la luce erano tornati tutti e sul palco c’erano i Pocket che facevano i suoni. Lui ormai dietro al palco nella saletta non credeva a quello che era successo. Le persone si erano materializzate nel circolo e lui era passato attraverso, ma era pronto a tutto e quindi da quella posizione riusciva ad intravedere la silouette di Libera che faceva le ultime prove, lo stesso lato b che lui amava così tanto. Era l’ultimo brano prima della pausa di riflessione e quindi della serata. Andarono tutti al bar dove Marco offrì a tutti da bere.
Intanto le persone che Indie aveva invitato con l’aiuto di Benny cominciavano ad arrivare ed Indie non aveva nessuna difficoltà a ricordare per ciascuno di essi la storia che portavano con se. Indie era convinto che ogni persona avesse un universo a se da portare sempre addosso e che solo alcuni non lo portavano. Erano gli stessi che egli odiava. Erano quei soggetti senza mondo e quindi senza carattere che Indie non sopportava. Le persone che invece, come una specie di Atlante moderno, portavano il proprio universo addosso fluttuavano nel suo mondo e Indie ne ricordava vita, opere e omissioni. Aveva un hard disk nel cervello di capacità pressoché infinita e avrebbe potuto raccontare una storia per ogni persona che entrava in quella sala senza annoiarsi e senza annoiare nessuno mai. Un po’ tutte quelle persone che erano al banco del circolo a bere gli ricordavano la comunità del suo sogno ricorrente. Si, alla fine simpatici alternativi artisti e cordiali come solo gli artisti puri sanno essere. Indie era convinto che un artista od un’artista dovevano essere rispettivamente un Uomo ed una Donna prima di essere Artista. Per cui se vedeva personaggi pavoneggiarsi del proprio talento li cancellava come neve al sole. Il talento è un dono. Sarebbe come vantarsi di avere una Ferrari che ti è stata regalata.”Non l’hai guadagnata”, pensava Indie, “te l’hanno regalata, perché te ne vanti come se l’avessi guadagnata?”. E così l’allegro esercito di artisti se ne stava al circolo come nella casa comune dei suoi sogni. Ed Indie alternava il suo essere tra Fly e Libera con uno sguardo a Seah. Questo pensiero ricorrente come il suo sogno gli fece fare una risata spontanea e fragorosa al bancone del bar del circolo. Rideva della sua stessa condizione e si divertiva a pensare di non essere l’unico pazzo della terra. Benny lo seguiva anche quando gli veniva da ridere apparentemente senza motivo. “Allora sei pronto per la grande esibizione fratello?” disse Benny mentre gli perdonava tutte le malefatte della giornata. Indie si guardò intorno, scese dallo sgabello, si rimise a posto, e pensò “cavoli se sono pronto” e disse:”lo sono anche per affrontare un drago incazzato! Stasera demoliremo il circolo, nel senso buono stai tranquillo !! Ma prima devo fare una cosa…” Detto questo la preoccupazione di Benny tornò alle stelle. Le cose che Indie faceva all’ultimo momento erano più che pericolose. Poteva tranquillamente oscillare da andare a dormire, a sparire oppure a partire e non tornare per giorni fino a non fare nulla oppure passare da casa a giocare col gatto Pinky. Si Pinky, l’aveva chiamato come il personaggio di The Wall, film che aveva visto circa 13 volte e che avrebbe potuto cantare a memoria senza sosta tutta la colonna sonora compresi i pezzi inediti usciti solo con il film di Alan Parker. Indie uscì dal circolo nuovamente a ritrovare la forza chissà dove.

