“Ma insomma, devo venire per forza a riprenderti ogni volta? qua dobbiamo lavorare e tu te ne vai, qua c’è finire tutto e tu te ne vai in giro col cervello? Indie ma che ti succede?” tuonò Benny. “Devi fare i suoni, devi provare la chitarra, devi provare il discorso, poi c’è il sound check dei Pocket, eh.. a Libera non la vuoi vedere? Le vogliamo dare una mano a fare i suoni? e gli strumenti sul palco chi li porta solo io? La chitarra approposito dove sta? la tua intendo Indie? dove sta?” Quella domanda creò un’altra voragine decisiva nella mente di Indie. Quale chitarra avrebbe usato quella sera per il ritorno? Forse “Mercoledì”? Si “Mercoledì” era il nome della sua chitarra preferita. Una artigianale senza marca nera acustica elettrificata che si era fatto fare da un liutaio di Bojano negli abruzzi. Era affezionato a Mercoledì come ad un cagnolino. Mercoledì portava i segni delle ditate e del sudore di Indie nelle serate difficili. Non cambiava le corde da troppo tempo ormai, non cambiava le meccaniche dal giorno in cui l’aveva comprata e l’aveva pulita l’ultima volta non ricordava assolutamente quando. Mercoledì gli calzava bene nelle mani ed il manico era un’autostrada a sei corsie. Ci aveva scritto di tutto con quella scontrosa di Mercoledì. Si era scontrosa perchè voleva sempre fare quello che diceva lei, ma Indie era abbastanza determinato e deciso sulle sue corde e riusciva a dominarla con semplicità. Adorava il suono di Mercoledì e Mercoledì adorava le mani di Indie su di lei. Un amore corrisposto, eterno, uno scambio di sensazioni dal tatto, all’olfatto all’udito. Indie la toccava con dolcezza e Mercoledì gli restituiva un suono fantastico insieme all’odore della sua natura creando così un piacevole amplesso di sensi. Ma mercoledì non era lì con lui, ed Indie doveva andare alla sua amata indiefarm a recuperarla. Benny era furioso a dir poco. Montò sul motorino e gli intimò:”Sali, scumbinato!” Ed Indie salì sul motorino di Benny. Insieme si lanciarono per la trafficata via Mauri e la sensazione del vento che gli entrava nelle orecchie lo colpì al punto di chiudere gli occhi e di godersi quell’abbraccio con la velocità. Aveva Fly nella sua mente, in quel momento Fly occupava ogni parte del suo corpo. Ad occhi chiusi avvertiva appena il movimento delle ruote ed il battito del suo cuore. Ad occhi chiusi si stava facendo trasportare dal suo amico per ricongiungersi con la sua amata MErcoledì con Fly nella mente. Un amplesso di pensieri e desideri. Del resto che cosa è la vita se non questo insieme di piccoli momenti di estasi completa. Indie avvertiva i sorpassi di Benny e si compiaceva di viaggiare veloce verso la sua amata chitarra. Quella sera l’avrebbe usata nuovamente per congiungersi con essa e con il pubblico che lo aspettava con ansia. Quella sera avrebbe fatto l’amore sul palco ed avrebbe poi commentato il tutto condividendo musica e filosofia con tutti i presenti e con tutti i profili che aveva nella sua mente. Li avrebbe guardati negli occhi tutti quella sera, e gli avrebbe detto tutto quello che pensava. Ma per il momento aveva gli occhi chiusi ed un semoforo fermò il vento dentro il suo corpo. Avvertì le voci delle persone che dovevano attraversare. Parlavano del Natale, delle luci e di quanto sia bella Salerno in questo periodo. Parlavano di regali e che quest’anno non era il caso di spendere molto in quanto la crisi si fa sentire. Sempre ad occhi chiusi scattò il verde ed il vento riprese la corsa nel suo corpo. Avvertì l’avvicinamento alla foce del fiume ed il canto dei gabbiani ancora in giro. Avvertì la brezza più fredda della zona della stazione ed avvertì nuovamente il semaforo nei pressi del tabaccaio più famoso della città. Lo immaginò dietro al suo bancone. Un uomo distinto molto alto, longilineo e con delle mani che sembravano tentacoli. Aveva la capacità di separare il resto che doveva ai clienti posizionando precisamente una moneta diversa sotto ogni dito. Con la sola apertura della mano riusciva a consegnare gli spiccioli al cliente senza che nemmeno se ne accorgesse. Si pensava addirittura che fosse capace di recuperare i pacchetti di sigarette dal muro alle sue spalle senza neanche guardare e muovendo soltanto la mano destr, o meglio uno dei tentacoli di destra. Benny accelerò e ripartì e Indie continuava a godersi il buio dei suoi occhi chiusi avvertendo le luci d’artista accese sopra di loro. Adorava non guardare la città, Indie adorava sentirla, avvertirla come se fosse soltanto nei suoi pensieri. Guardarla gli sembrava a volte semplicemente banale. Giunsero al centro storico e Benny si infilò nei vicoli che portavano alla IndieFarm. Aprì gli occhi e gli sembrò di essersi teletrasportato in quel mondo che era il suo studio. Aprì velocemente la porta scese le scale e recuperò Mercoledì nella sua custodia. Il solo fatto di avvertirla addosso di nuovo lo faceva rinascere. Uscì di corsa e saltò sul motorino nuovamente con lachitarra in groppa sulla schiena. Richiuse gli occhi per il viaggio di ritorno verso il circolo e quindi verso la città. Via Canali, via porta di mare ed una piccola infrazione ed in un attimo si trovarono sul lungomare. Occhi chiusi, gli sembrava di ascoltare le voci rilassate delle persone a passeggio. Le tre corsie che il lungomare formava naturalmente a partire dalla spiaggetta di Santa Teresa fino a Piazza della concordia avevano tre significati ben distinti. Chi camminava sul mare e quindi sulla corsia più esterna era di sicuro romantico e quindi di certo amava guardare il mare e la costa. Se camminava verso nord di sicuro poteva apprezzare la costiera amalfitana in parallasse con la zona portuale. quelli che invece si incamminavano verso sud avevano la visuale della costa salernitana e potevano apprezzare come la città si fosse espansa verso le spiagge della piana del sele. Nella corsia centrale del lungomare c’era chi voleva starsene un pò per fatti propri o chi semplicemente aveva qualcosa da nascondere o da fare di nascosto. Le coppie anziano-donna dell’est e le situazioni promiscue più disparate si consumavano di effusioni proprio in quella corsia. Era quella anche la corsia delle fontanelle che ai tempi del jolly hotel portava ad un giardino con dei tavolini abitati da vecchi signori che giocavano a tressette. La corsia centrale puzzava. La corsia più esterna e quindi quella più vicina alla strada era come la strada stessa la corsia di chi il lungomare lo vuole affrontare di fretta senza soffermarsi e goderne dei vantaggi paesaggistici. Ma di certo chi viaggiava in questa corsia all’altezza del mitico bar nettuno doveva fermarsi oppure ci si era fermato almeno una volta. Il gelato a nocciotella del bar nettuno era come dire il dolce cittadino. la prelibatezza riconosciuta universalmente. l’opera d’arte calorica per eccellenza, il sesso del cioccolato e della nocciola in un contesto di cremosità imbarazzante in un accorato abbraccio con una brioche affusolata sormontata da una striscia di crema striata pasticcera. Una bontà senza eguali. Una volta c’erano i binari sulla terza corsia. Si i binari in mezzo alla città e se avevi la fortuna di passarci molto presto al mattino potevi guardare ed osservare il lento passaggio poetico del trenino merci che dal porto arrivava al cementificio. Ormai e fortunatamente questo spettacolo indegno era stato tolto e quindi al posto del cementificio era stato creato un non meno imbrarazzante hotel dalle sembianze di una nave alla love boat, terribile. Sfrecciarono in mezzo a piazza della concordia sperando di non trovare il quasi inevitabile posto di blocco delle forze dell’ordine e giunsero all’altezza della Carnale in un battibaleno. Fortezza che dava il nome al rione di Torrione e che segnava l’avamposto della zona orientale della città, il “checkpoint charlie de noiartri” così lo chiamava Indie. Girarono per l’interno e Benny attraversò tutte le stradine che legano Torrione a Pastena con un labirinto tortuoso, ma pur sempre interessante. Indie quasi avvertiva le voci provenire dai piani rialzati delle case popolari e ne avvertiva la semplicità, la saggezza, il sacrificio e la normalità tanto invidiata di chi non ha avuto la possibilità, la forza e la capacità forse di farsi una vita migliore. Giunsero nuovamente al circolo in pochissimo tempo. Benny aveva corso come un ossesso. Indie all’improvviso lo guardò spaventato: “cazzo! cazzo! cazzo! ho dimenticato una cosa allo studio!” e Benny “NOOO, io ti ammazzo!” e Indie “cazzo! cazzo! la cordiera nuova!!!!” e Benny:”noo non ci posso credere” e Indie alla fine crollò e con lui il suo scherzo:”coglione ti stavo prendendo in giro, ce l’ho nella custodia” e cominciò a ridere come un pazzo scatenato. “Te l’ho fatta, fesso!” Entrarono nel circolo ed i Pocket erano tutti lì ad attendere che si cominciasse a lavorare al soundcheck. Una delle regole del soundcheck, forse la più importante subito dopo l’essere zitti e professionali, è quella dell’ordine con cui si effettuano le prove dei suoni. Chi suona per ultimo fa il soundcheck per primo. Chi suona per primo fa il soundcheck per ultimo, questo per garantire che quando si sale sul palco i suoni per il primo spettacolo sono già settati. In realtà con la introduzione dei mixer moderni questa cosa è stata come dire superata, ma si trattava del circolo e quindi non di mixer moderni. Di conseguenza i Pocket suonando per primi dovevano attendere il soundcheck di Indie che ben decise di voler fare a porte chiuse e da solo con Benny. Non una persona ad assistere al suo souncheck oltre lui, non una minima persona, lui, Mercoledì e Benny. Salì sul palco, tirò fuori il jack dalla custodia, la cordiera nuova, quella dello scherzo, e cominciò a sfilare le corde vecchie da mercoledì. A quel punto Benny andò su tutte le furie..”ti sembra il momento di cambiare le corde? hai idea di quanto tempo ci vuole?” ed Indie “stai facendo un’opera teatrale! stai esagerando, e non parteciperò a questa tua ansia compulsiva. Devo suonare, lo voglio fare nel migliore dei modi” e soprattutto ogni singolo gesto prima dell’esibizione doveva essere perfetto ed imperturbabile. I gesti contano tantissimo nella musica. Rappresentano il rispetto verso lo strumento e l’ascoltatore. La gestualità è troppo importante. Nel momento in cui si suona una corda si impiega una quantità del nostro corpo ben precisa in quell’istante e quindi si genera una timbrica ed una espressione proporzionale al gesto. Ed ogni gesto è diverso, distinto da un altro e rende ogni esecuzione unica ed irripetibile. Ogni volta che si suona una nota sarà sempre e per sempre diversa da ogni altra volta. Solo le macchine sono capaci di riprodurre un suono allo stesso modo per più volte di seguito. A quel punto la cosa che cambia è l’ascolto. L’ascoltatore non avverte mai allo stesso modo le cose così come nessun ascoltatore le avverte allo stesso modo di un altro ascoltatore. Questo fa del soundcheck una cosa troppo importante prima di suonare. Indie intanto infilava ogni singola corda come un sarto in procinto di confezionare il vestito di una principessa prima del suo matrimonio. Precisione ed a volte parossismo. infilò prima il mi basso in quanto secondo una sua teoria per nulla verificata, nè testata, il manico si tirava di più e rendeva più agevole l’inserimento delle altre cinque corde. Una dopo l’altra le corde andavano a formare il vestito di Mercoledì, la chitarra preferita di Indie. Il suono con le corde nuove è particolare e dura davvero poco. In realtà l’accordatura con le corde nuove è decisamente difficile da tenere in quanto essendo tirate per la prima volta dalle meccaniche della chitarra tendono a ritornare al loro stato di quiete e quindi si scordano. Ma poi piano piano come dei bambini che devono essere convinti per andare a scuola al mattino, le corde prendono coraggio e iniziano finalmente a fare il loro mestiere di corde. L’attaccatura delle corde alle meccaniche prevedeva un altro gesto importante per far si che alla fine la parte finale delle corde non fosse troppo lunga e non andasse a formare una sorta di capigliatura folta sulla paletta di Mercoledì. Meticolosamente Indie tagliava questi capelli che si formavano alla fine e la bimba era pronta per affrontare un’altra avventura. Infilò il jack che faceva sempre un po’ rumore, ma non si capiva perché non volesse portarlo ad aggiustare, e cominciò ad accordare. La capacità di accordare la chitarra di Indie era soprannaturale. Non aveva l’orecchio assoluto come si poteva pensare, ma riusciva a mettere le corde in relazione senza alcun riferimento ed anche senza usare la tecnica conosciuta di suonare per tutte le corde, tranne per il sol, il quinto tasto e verificare se coincide con la corda più acuta sotto. Indie ne sentiva una e riusciva ad accordare le altre senza riferimenti. Era una sorta di orecchio relativo universale. Finia la prima di una serie di antipatiche accordature, per gli assestamenti delle corde, iniziò il soundcheck. “Suonami prima una accordo”. Scelta difficile per Indie suonare il primo accordo per stabilire di che umore sarà il suo suonare. Decise per il suo amatissimo Mi minore settima nona che possiede una buona dose di corde suonate a vuoto. Lo arpeggiò e nella sala il “friggere” delle corde nuove di zecca risuonò meravigliosamente. Era un buon giorno per suonare, il mi minore settima nona glielo aveva detto così. E mentre le onde sbattevano nei muri del circolo formando degli immaginari intrecci di armonici che si incontrano volteggianti nell’aria, l’altro fascio di suoni stava per partire da Mercoledì pronta ormai a combattere quella battaglia di relazioni sonore tra note, accordi, armonici, timbrica ed espressione. Le note partivano ed incontravano resistenza nell’aria, ma la vincevano e sbattevano contro i muri poi a sponda, tornavano verso altre direzioni ed incontravano altre note di colore e forma diversi. Il tutto in un turbinio di relazioni tra molecole dell’aria e quando Indie si fermava per avvertire il reverbero di tutto quel viaggiare delle onde queste cominciavano ad affievolirsi ed a scomparire fino ad integrarsi nelle terre del silenzio. Mai più sarebbero tornate quelle note, mai più si sarebbero riformate allo stesso modo, mai più. Quelle note erano state prodotte lanciate nel mondo e non appartenevano più ad Indie, non appartenevano più alle corde di Mercoledì, non appartenevano più a Mercoledì, ma appartenevano al mondo. Avevano volteggiato per la prima ed ultima volta nell’aria del circolo e si erano trasformate per sempre in una improvvisazione irripetibile ormai parte della natura e dell’universo. Indie era attaccato alla vita probabilmente solo per questo. Il soundcheck arrivava fuori dalla sala come se fosse all’interno di un tubo. Indie non voleva che nessuno vedesse i suoi fili sonori che collegavano la sua vita alla sala, voleva solo poterli condividere con loro nell’atto del concerto e del discorso che avrebbe fatto. “A proposito di discorso, ma se lo ricorderà, lo proverà o farà tutto all’impronta come immagino?” immaginò Benny guardandolo suonare. Benny era l’unico che poteva sentirlo suonare in soundcheck ed era l’unico che poteva in qualche modo dirgli cosa fare, ma Indie seguiva difficilmente suggerimenti e/o consigli se non dalla stessa solitudine della sua indipendenza. Intonò Unity Village di Pat Metheny perchè la sentiva sua, non perché volesse essere lui. Del Resto Pat Metheny restava sempre una potenza della natura ed uno dei compositori viventi più importanti della storia della musica. Metheny gli faceva un effetto straordinario. Lo faceva sentire sotto le coperte. Intanto fuori dalla sala qualcuno riconobbe il brano e cercò di entrare. Indie era geloso solo della sua musica per cui non disse niente e mentre era nella parte in cui c’è il pedale su Re alzò gli occhi da Mercoledì e rimase fulminato dalla presenza di due occhi da cerbiatta che lo ammiravano da lontano. Rimase a fissare quegli occhi mentre il brano passava a Si bemolle e staccò lo sguardo solo quando arrivò il momento della ripresa del tema. Dentro di sè era stato colpito, ma pensò subito alle sue terre dell’amore e cominciò da subito a rinunciare a qualunque forma di approfondimento della questione. Cominciò a suonare più forte, sempre più dinamicamente forte, fortissimo fino a mettere a dura prova le corde che aveva appena montato. Si fermò di colpo e di nuovo il suo cervello andò in stallo ed avvertì subito le mani affusolate di Libera che lo recuperavano dal basso. Libera era lì e sapeva sempre dove trovarlo. Nella mente di Indie era diventato sempre più frequente questo passaggio dalla realtà al suo acquario personale. Entrava in questa bolla d’acqua e la sua mente avvertiva ma non capiva. Erano le cose che lo tenevano in vita a farlo reagire in quel modo assurdo. La vita lo spingeva verso un’altro stato. Di colpò si destò non del tutto cosciente e Libera non lo guardò fisso negli occhi e tenendogli il viso tra le mani gli baciò la punta nel naso nuovamente. “Chi è quel cerbiatto che tanto ti guarda lì in fondo?” “Chi sarà mai” rispose lui “una che mi vuol riportare in vita, oppure una che vorrà portarmi nelle terre che tu già sai” disse sorridendo. “Quelle terre sono pericolose Indie e sai bene che quelle, tutte quelle, portano inesorabilmente a me”. Indie non sapeva se vivere questa cosa come una minaccia o come una liberazione, ma di certo la viveva intensamente. Indie era turbato questa volta, il suo discorso finale si avvicinava e così le sue ansie aumentavano inesorabilmente. Corpo, mente, desideri, voglie, musica, sguardi, abbracci, cominciava a confondere un pò tutto. Allora si liberò e decise che era il momento di affrontare quest’altra questione. Le terre dell’amore andavano esplorate, anche se portavano verso Libera, ma andavano esplorate, qui, ed ora. Si destò completamente e Libera era stranamente fuggita via dal suo viso. Gli occhi di cerbiatta erano ancora lì a guardare, o meglio a fissare i suoi occhi profondi. “Benny, pausa! riprendiamo tra un po’” “Ok Indie, ma mezzora e sto qua, ora è meglio che mi faccio una birra, tu mi stai mandando al manicomio!!” ed Indie “io ti sto aspettando già” e lasciò intendere che lo stesse aspettando sia per il prosieguo del soundcheck e sia per il manicomio. Si avvicinarono e senza parlare Indie le prese la mano per presentarsi in silenzio. “Seah, mi chiamo Seah se ti interessa” disse lei “e tu sei Indie, lo sanno tutti, parliamo un pò?” Seah, esile, scura di capelli, fisico invidiabile sinuoso e sexy. Indie la guardò fronte-retro mentre si avviavano nella saletta delle chitarre detta anche il camerino, dove di solito si faceva lezione. l’aiutò a salire dapprima sul palco e poi a scendere nel camerino. “Di cosa vuoi parlare, dei tuoi occhi? No quelli parlano da soli cara Seah, e le tue labbra, Seah, chi le ha disegnate? Sono belle come un tramonto autunnale” “Vai dritto al dunque Indie, mi hanno parlato molto di te, ma mi sorprende che…” e mentre diceva questo Indie cominciava ad avvertire qualcosa di familiare nella sua voce. “..tu non mi riconosca”. Ecco, il suo desiderio primario di qualche anno prima si era materializzato in quel momento. Seah era la sua terra della tenacia, la sua terra del sempre voluto, ma mai usato, ma mai abbandonato. Seah era il suo strano rifugio mai abitato. In Seah si nascondeva a volte anche se Seah non lo sapeva. Era l’ora per unire silenzio, tenacia ed amore? non l’aveva mai capito. Indie non riusciva a capirlo, o semplicemente faceva bene a non capirlo. Voleva restare Indie, ma sentiva che in qualche modo doveva cambiare. O meglio dovevano cambiare le cose. Cominciò a riconoscere le sue mani, e le sue braccia gli ricordarono un abbraccio un giorno che andò via da lei. Quanto avrebbe voluto baciarla quel giorno, ma non ne ebbe il coraggio. E quando girò le spalle gli sembrò che lei volesse lo stesso, ma lo potè solo immaginare, come del resto Seah sembrava frutto della sua immaginazione. Le accarezzò i capelli ed infilò la mano destra calda di arpeggio sul collo, le massaggiò la base della nuca e la tirò a sè a pochi centimetri dalle sue labbra. Lei si lasciò trasportare ed i suoi occhi cominciarono a guardare in basso. Il respiro si fece più forte così come il battito cardiaco cominciò a pulsare più frequente. Ogni colpo di cuore era un colpo di cassa ed Indie ne approfittò per comporre una sua personalissima versione di heartbeat. I corpi erano attaccati adesso e gli occhi si fissavano, le labbra si sfioravano e nessuno dei due osava andare oltre. Il calore della carne, il profumo della pelle, l’eccitazione, il respiro, il gesto, le mani tra i capelli e poi le mani sui fianchi di lei. Un sussulto, un desiderio durato anni, le mani di Seah attraversarono la sua schiena verso l’alto fino a scontrarsi con i suoi capelli ed il suo collo, Indie fece lo stesso salendo allo stesso modo. Il cuore a mille, l’eccitazione a mille, respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro, e poi respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro. Seah non resisteva più, il cuore le batteva troppo forte ed Indie era dentro di sè. Un istante solo e la tenacia sarebbe stata premiata, il sogno realizzato, o forse infranto. Il telefono vibrò: Fly recitava e Fly poteva interrompere o dar vita ad ogni cosa per Indie. Abbandonò Seah in quello stato e scappò via cercando di uscire per rispondere presto, per respirare in tempo e calmarsi per un tranquillo rientro nelle terre del silenzio.
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