I territori in cui Indie non si sentiva a casa. Le strade buie ed avverse, le rotte sbagliate e le vie strette. Erano i territori in cui Indie perdeva il senso dell’orientamento. Quando si esce per fare del trekking di solito ci si attrezza per bene, si valutano le condizioni atmosferiche, si dorme tanto e ci si allena nel tempo per arrivare preparati alle scalate. Si comprano i vestiti giusti, si comprano le attrezzature e soprattutto quando si parte per un percorso lungo si cerca sempre di anticipare gli orari in modo da non tornare alla fine con il buio. Indie iniziava i suoi percorsi, i suoi loving paths, con una forza eccezionale, faceva le salite ed affrontava le intemperie con una prestanza non comune. Era capace di arrivare anche senza fiato alla vetta. Saltava sulle pietre dei torrenti, si fermava a contemplare le bellezze della natura ed a coccolarle fino allo svenimento. Contemplava l’amore con cui ogni essere vivente si donava anche per pochi secondi ad un altro e ne rimaneva sempre tanto estasiato, in silenzio appunto. Le cascate lo affascinavano, gli alberi lo avvolgevano e lo proteggevano con le loro forti radici, ed il vento, il vento suonava melodie meravigliose tra i tronchi e le foglie facevano da contrappunto. Indie si accorgeva solo in vetta però, nel rifugio a 2000 metri che era buio e non poteva tornare. Si accorgeva solo quando l’aria era rarefatta, consumata, che non aveva più ossigeno per continuare. Quindi precipitava inesorabilmente e senza appigli nel baratro della noia mortale in cui tutta la vegetazione, che cambiava ad ogni centinaia di metri di altitudine durante la salita, diventava tutta uguale nella discesa. I colori che avevano caratterizzato la multicromia dell’andata accadevano come monocromatici al ritorno precipitoso. La discesa, il fall out, la caduta, la monocromia, trasformavano le terre dell’amore nelle terre del vuoto. Indie soffriva in salita quanto in discesa. Indie per salire era capace di donare tutto se stesso, nel precipitare non riusciva a recuperare nulla di quello che aveva donato ed arrivava in fondo senza più nulla, senza più la forza per risalire di nuovo da nessuna parte. Le terre dell’amore di Indie erano piene di sabbie mobili e di strapiombi improvvisi. Il vento soffiava solo durante la salita, e moriva con lui nella discesa. Indie amava quei rapporti che vivono nei secoli, amava quegli alberi che intrecciavano le proprie radici fino a vivere della stessa linfa e dello stesso sangue. Indie non amava i legami tradizionali, ma quelli definitivi. Se conosceva una persona ed a questa consegnava il suo cuore il suo amore era per sempre comunque sarebbe andata la loro storia Indie in una parte del giorno senza dubbio avrebbe pensato a quella persona, ogni giorno, per tutta la vita. Lo spazio fisico del suo cuore era immenso e di conseguenza la potenza del suo dolore a volte era senza nome. L’amore, la passione, il dolore, la musica, i rapporti indissolubili, l’amicizia vera, le affinità erano tutti figli delle terre dell’amore. Le stesse non erano nulla senza le terre del silenzio. Le terre del silenzio e dell’amore di Indie erano la stessa unica indissolubile entità ultraterrena. Erano terrene da sole, ma ultraterrene insieme. “Together we stand, divided we fall, we fall, we fall” risuonava nella mente di Indie che quella sera doveva rientrare nel circolo per il suo epico finale discorso del fall festival.
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