Cap.11 – La compagnia dei piccoli Indie

Indie era stato sempre un bravo bambino, ubbidiente, silenzioso e rispettoso dei genitori. Gli piaceva studiare, e non dare mai fastidi. Certo aveva rapporti sociali con altri bambini e spesso litigava, ma mai perché qualcuno gli aveva detto di giocare in porta durante la sfidetta inevitabile a calcio nel cortile del palazzo. Il cortile sotto casa dei genitori era l’agorà dove tutti i figli dei condomini si incontravano. Evidentemente negli anni 70 spread era solo una cattiva parola per cui la gente figliava. In quel palazzo di una ridente Salerno c’erano molti bambini e nel cortile c’erano tre alberi bellissimi. Due di questi erano più vicini tra di loro e quindi evidentemente la pensavano allo stesso modo. L’altro albero, un pò più solitario e taciturno era un po’ defilato. Questo era decisamente più vecchio più imponente e forse gli altri due ne avevano un po’ paura. I due alberi vicini rappresentavano una porta perfetta per giocatori di calcio in erba, mentre l’altro grande, al centro di un angolo del cortile era una perfetta rotatoria per ciclisti. Una recinzione delimitava il perimetro di quello che piano piano sarebbe diventato un parcheggio per auto. Prima o poi tutti quei bambini sarebbero diventati maggiorenni e di conseguenza le auto si saerbbero moltiplicate. Indie ricordava che tra le poche auto che c’erano all’interno del cortile ne spiccava una per stile e poesia. L’auto di don Biagio era enorme e per un bambino era come una nave. Una pallas di dimensioni astronomiche guadagnava il primo posto nel cortile e proprio per questo risultava un impedimento abbastanza evidente. A volte i bambini si infastidivano di quella pachidermica presenza nel loro territorio, ma restavano comunque molto colpiti ed estasiati da tanto grigio metallizzato. Al piano terra, l’appartamento che faceva da angolo sull’ala est del palazzo c’era uno stendipanni esterno, il classico filo di metallo mantenuto da due sbarre di ferro, che era un perfetto canestro per giocatori di basket. mentre il muro sottostante era un perfetto luogo di allenamento per tennisti. E’ chiaro che don Armando, abitante di quella casa così “esternamente sportiva” era distrutto dalla presenza di tutti quegli atleti e di conseguenza amava praticare gavettoni abbastanza capienti che vaceva volare dalla finestra verso i piccoli partecipanti alle gare. Dall’altro lato, ala sud-est i gavettoni a volte erano più pesanti. La signora del quarto piano aveva il vantaggio dell’altezza e quindi dell’accelerazione di gravità. I suoi gavettoni erano pesantissimi ed oltre che caldi facevano anche abbastanza male. I portoni del palazzo, come da tradizione seventies erano di vetro con barre di alluminio verticali e spesso erano teatro di demolizioni dovute a lancio di oggetti di ogni sorta e genere. Biglie, palloni e palline da tennis erano le armi preferite da quella gang improvvisata. I genitori erano sempre lì a discutere dei danni da pagare di quello o dell’altro portone, di quella o dell’altra macchina. Gli alberi del cortile del resto potevano solo essere spettatori di quel teatro degli orrori e poco potevano verso i vandaletti. L’unica cosa che riuscivano a fare era l’ombra e per tutti era la loro unica funzione utilissima per poter disegnare e partecipare in maniera diciamo asciutta ad una settimana di gessetto e pietre. Indie ricordava ancora come si giocava a “settimana” e pur se era un gioco da femminuccie a lui questa distinzione non piaceva e quindi ne faceva parte, punto. Gli alberi facevano ombra per tutti, ma non per Indie. Gli alberi per Indie rappresentavano la forma perfetta della natura, la bellezza interminabile e complessa delle forme che gli alberi riuscivano a regalare al mondo era figlia di una pratica di una semplicità estrema. Acqua, luce e aria e, niente altro. L’albero si nutriva di nulla e mostrava con eccessiva spudoratezza una bellezza infinita che spezzava il cuore di Indie. Indie amava gli alberi perchè amava la natura e quando abbracciava la sua chitarra piangeva per l’albero che era stato tagliato perché ne sentiva ancora sotto le mani la sua essenza ed il suo carattere. Il giorno più brutto fu quando l’assemblea di condominio decise di tagliare gli alberi in quanto intralcio al parcheggio delle macchine. Pezzi di storia venivano falciati per dare spazio a lamiere, smog, e plastica. Pezzi d’amore altissimi e maestosi venivano falciati e le loro radici coperte di asfalto per poter permettere all’uomo di parcheggiare. “Fanculo” pensò Indie, “adesso nessuno più riuscirà a guardarci mentre giochiamo. Saremo sommersi da auto ed il pallone non potrà circolare tranquillo in questa zona del mondo. I calciatori, i cestisti ed i tennisti dovranno adeguarsi e cambiare giochi perchè non c’è più spazio per questi. Tutti questi sportivi saranno costretti a trovare delle nuove droghe”. E fu così perchè l’arrivo delle macchine coincise con quello del Commodore64, del 128 per i più fortunati e dell’Amiga per i fortunatissimi. E’ ovvio che queste droghe non bastavano perchè nessuna di esse era fatta per l’aria aperta. Indie cominciò a fumare. Rubò una Nazionale dal pacchetto del papà e scappò dietro piazza “vittime del terrorismo”. Lì non poteva vederlo nessuno. Accese la sigaretta con un fiammifero rubato in cucina e subito gli girò la testa. Ma si sentì grande, immediatamente grande. Di colpo si sentì più alto, ma era il capogiro. Avvertì che aveva fatto per la prima volta una cosa che, se scoperta, gli avrebbe provocato una punizione esemplare. Capì che la sua trasgressione sarebbe diventato l’errore più grande della sua vita. Gli alberi vivevano di acqua, aria e terra, lui aveva scelto l’elemento che li avrebbe ammazzati: il fuoco. Come poteva non accorgersi che l’unico elemento che gli alberi non volevano era il fuoco? E lui proprio il fuoco aveva scelto. Per sentirsi alternativo, ma sapeva bene che non ne aveva bisogno. Per fare colpo sulle ragazzine, ma molte di queste avrebbero tossito al solo pensiero di avvicinarsi a quell’alito adolescente e fastidioso già di suo. Ma ormai l’aveva fatto. Aveva intrapreso una strada da cui uscì solo dopo 20 anni.

La compagnia ormai non più allegra di piccoli indie aveva fatto una bella riuscita davvero. L’unico che si era salvato dalla delinquenza era Indie.  L’unico che non aveva avuto almeno per ora problemi con la giustizia era lui. Di alcuni non si sapeva più nulla, di altri avevano buttato via la chiave. Uno in particolare incontrava Indie spesso nel posto che rappresentava la salvezza di ogni musicista che si rispetti: Il Bar Marconi.

Il bar sul lungomare marconi era un posto di ritrovo di tutti i musicisti di ritorno da una serata. Il bar era aperto twentyfour seven, per gli amici, tutti i giorni a tutte le ore. Non c’era musicista salernitano che non passava di lì alla fine di ogni serata a prendere cappuccino e cornetto (chisssà perché lo chiamano briosce al nord, ha la forma del corno). Il cappuccino del marconi era cremoso, buono e soprattutto ti metteva a letto. Le cose buone di solito ti mettono a letto.

Giovanni incontrava Indie al bar marconi spesso e come ogni santa volta lo salutava come un suddito al suo re, come uno schiavo ad un politico e Indie ricambiava con lo stesso affetto. Indie lo aveva aiutato con l’esame scritto della terza media ed egli lo ringraziava sistematicamente come se gli avesse salvato la vita. In realtà forse era così. Col senno di poi le cose cambiano ovviamente faccia. Giovanni era stato in comunità per diversi problemi con la droga, poi era riuscito a venirne fuori e questo gli faceva dare definitivamente la giusta importanza a tutte le cose della vita. Giovanni aveva un ottimo ricordo di Indie e forse questa era una piccola cosa che quasi sicuramente lo avrebbe aiutato a restare attaccato alla realtà nei momenti più difficili del suo recupero. Indie ricordava che Gianni ai bei tempi delle scuole medie picchiava duro, più degli altri, e che era abile come una scimmia e che tutti un pò lo temevano. E come tutti i bulli della scuola Gianni si teneva stretto quello che andava bene in tutte le materie: Indie. Il loro saluto era sempre accompagnato da un caffè e dalla domanda tipica: “allora con la musica come va?”

“Hey, Indie con la musica come va?” questa domanda Indie se la poneva da solo centinaia di volte. “Come ti senti oggi? In which mood are you in today? Come butta fratello? Ti senti un po’ meglio? Risalirai sul palco? Riuscirai a tenere in braccio una chitarra?” Queste mille domande Indie se le faceva in continuazione e forse le sentiva nella mente delle persone che gli si avvicinavano. Tutti desideravano il suo ritorno, tutti volevano che Indie “risalisse” e non solo sul palco. Anche Indie voleva risalire a tutti i costi, anche le sue mani volevano riprendere lo splendore dei tempi passati. “Ma quanto tempo è passato Indie? Dall’ultima volta?” Questa domanda non l’aveva ancora posta a se stesso e quando lo fece si rese stranamente conto di non avere una risposta. Indie, quello che andava bene in tutte le materie non ricordava da quanto tempo era in quello stato “soundless”. Non riusciva a ricordarsi da quanto tempo stesse così, senza suono. Bisognava recuperare. Lo fece con la certezza di chi ha bisogno di scappare in bagno. La sua urgenza si manifestò come la assoluta necessità di partire per un luogo che amava. Indie uscì dal circolo nuovamente per scappare. Luci basse, respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro, ed ancora respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro. Il suo stato in apnea. Vide i colli senesi nuovamente, la toscana, il suo luogo di fuga segreto. Il vino, le colline, i casali, il silenzio. Le strade deserte, lunari della campagna maremmana. Indie amava la toscana. Indie amava la terra del silenzio.

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