decise di partire all’improvviso. nulla poteva fermarlo. così senza preavviso scelse di lasciarsi tutto dietro. il circolo, lo studio, libera, le storie sul pullman e la stronza a telefono. andó alla stazione e scelse siena. i colli e le cantine sociali. il vino e le distese verdi. tutto quello che desiderava era stare fuori dalla sua condizione e lasciare tutta quella gente e portare la sua indipendenza in giro. scelse il treno perchè doveva guardare fuori. scelse il treno perchè è un’altra realtà piena di umanità accalcate che non si conoscono ma a piccoli gruppi devono per forza interfacciarsi. scelse il treno perchè poteva guardare il paesaggio viaggiare ad un’altra velocità. scelse il treno perchè era piú poetico di ogni altro mezzo. nessun mezzo di comunicazione con l’esterno per ancora un po’. il suo viaggio. la sua traccia da seguire. un mondo da capire e da scoprire ogni volta di più ogni tanto un po’. scelse il finestrino, dove altro poteva sedersi uno che sognava. scelse di guardare anche i marciapiedi della stazione non voleva perdersi nulla. scelse anche gli abiti giusti per il suo viaggio, voleva sentirsi un fuggitivo elegante e non uno che scappa e basta, voleva sentirsi uno che sa dove va anche quando non sa dove sta andando. voleva appunto sembrare. solo nello scompartimento, solo nel suo mondo e solo con tutta la sua solitudine a servirlo. c’è un momento della partenza che rende sempre tutto molto speciale. è l’attimo in cui il macchinista del treno su cui stai per partire lascia il freno ed il bestione comincia a muoversi. è quello l’attimo in cui il tuo cervello ti fa sentire già lontano. il treno ha fatto meno di un metro e tu ti senti già a migliaia di chilometri di distanza dal posto da cui stai scappando. è solo quell’attimo e niente più. il tuo viaggio potrebbe fermarsi lì. riuscire ad avvertire quella sensazione e niente più. quell’attimo non tardò ad arrivare, quell’attimo era lì. come una preghiera il suo mantra preferito tornò a viaggiare nel suo cervello: respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria,respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro. infilò le cuffie ed entrò più a fondo nel suo mondo: respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro, respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro. “il viaggio” era un brano della Empty Daybox, perfetto per un viaggio. un colpo di accelerazione ed il treno, Indie, il mantra e la sua solitudine erano già verso un altro obiettivo. raggiungere la meta desiderata lasciandosi dietro una gabbia di sensazioni. non voleva pensare a quella telefonata, non voleva pensare a quell’abbraccio, non voleva pensare. voleva solo viaggiare e lo stava facendo nel migliore dei modi, nel migliore dei mondi, il suo, la sua mente, il suo mantra, la sua musica, la sua solitudine. indie era solo e se ne stava rendendo conto. l’indie-pendenza significava solitudine, e lui la viveva così, in un treno, con il paesaggio che scorreva e le chitarre a fargli da sottofondo. indie era solo, indie non era solo. la porta dello scompartimento si aprì e pensò: “oddio no, non voglio nessuno, avrei dovuto prenotare tutto lo scompartimento”. un essere umano dalle fattezze molto simili alle sue entrò nello scompartimento. le umanità accalcate, le solitudini di quel viaggio si stavano incontrando. indie guardava l’altro e l’altro guardava indie ed in realtà sembravano guardarsi allo specchio. sussulta il cuore a luci spente, sussulta il cuore con il paesaggio che si muove fuori, sussulta il cuore. pochi istanti ed i due indie erano già in sintonia sulla stessa nave senza rotta. pochi istanti ed una delle cuffie era nell’orecchio dell’altro e pochi istanti e le mani si toccavano. sussulta il cuore, sussulta il treno, non era possibile, indie vedeva se stesso e lo amava come non mai. indie vedeva quegli occhi e non voleva sapere a chi appartenessero se non a quell’essere umano che era troppo se stesso. indie, fulminato da un’umanità accalcata, indie fulminato dalla sua stessa essenza, indie nel suo viaggio amava indie.sussulta il treno, galleria, luci spente, luci spente come la sera prima, luci spente e quelle labbra che si avvicinano, no, non puoi, non sei tu indie, luci spente, ancor di più luci buie, la mente, l’acquario, il mantra, tutto perfetto, indie conosceva se stesso, indie amava se stesso. sussulta il treno sussultano i due, il paesaggio fuori corre nuovamente più veloce di prima, l’altro si alza e va via. indie riprende la sua cuffia ed il treno rallenta. rallenta il treno e rallenta indie. il cuore a poco meno di prima, sempre meno, il cuore di indie è felice, il cuore di indie pulsa come se nulla fosse successo. freno, rumore, odori di passato, stazione. nessuno aveva interrotto quell’attimo di eternità e di verità, nessuno aveva interrotto indie nel suo amarsi profondamente. nessuno aveva visto ne sentito indie amare nemmeno quella volta. la sensazione di ripartire si fece nuovamente sentire all’atto del rilascio del freno. solo che il treno viaggiava per un po’ in direzione opposta. è quella mostruosità che si manifesta quando i treni si fermano nelle stazioni che hanno il termine. come dire: “sono partito, ma ora torno”. non era così, non poteva essere così, ma sembrava così. sussulta il treno e l’ipod trasmette “le pareti” di Nicodemo. “complicarsi è bellissimo, gli spazi vuoti non esistono”. meravigliosa frase, meraviglioso brano. indie si complicava ogni giorno di più e nulla faceva pensare ad una via che lo portasse verso una stabilità. del resto la stabilità non poteva essere indipendente. la stabilità è dipendente. “ascolta il silenzio assordante, io giuro che ho tentato di essere normale, di non parlare con le pareti sporche di rabbia che ho e non mi accontento di un colore solo, voglio restare solo, come una volta, ancora una volta voglio restare solo….” indie pensò:”geniale questa frase come è geniale il suono di questo brano, adoro nicodemo, adoro nicola e tutto quello che scrive”. si staccò da quella realtà ed uscì dalla parte superiore del treno per guardare tutto da un altro punto di vista. salì forse un po’ troppo fino a vedere le due spine dorsali una immobile e quella che saliva verso su, gli appenini ed il treno. uno costeggiava gli altri e cercava di interpretarsi segnandone il profilo. decise di andare più su per avere una maggiore visione di insieme. l’italia vista da lì sembrava un paese meraviglioso, immerso in un mare bellissimo e non in un mare di guai. e come nelle peggiori storie cercò di ritornare giù senza riuscirvi e pensò “oddio sono andato troppo su, qualcuno mi fermi”. E la voce di Libera lo fermò: “ma che fai dormi?”. il suo treno, siena, il volo tutto risucchiato da un altro buco nero. non guardò negli occhi Libera e si rese conto che aveva sognato di viaggiare.
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