Quando fa troppo caldo in autunno c’è poco da fare. Vuol dire una cosa sola. Pioverà. E pioverà tanto, tanto da far paura. Era Novembre e faceva un caldo che sembrava settembre. L’ultima volta che aveva percepito quella sensazione era stato 30 anni prima. il 23 novembre del 1980 a Salerno si avvertì il terremoto dell’Irpinia in maniera molto forte. Alle 19.34 di quella domenica infame faceva un caldo assurdo, ma il tempo era bello. Lo scenario perfetto per un terremoto che fece tutte quelle vittime. Indie cambiava umore insieme al tempo ed il tempo cambiava umore insieme a lui. Stavano per entrare in macchina quando il tempo si scatenò. “I temporali a Salerno sono fantastici” pensò. Ricordando pure quella notte in cui un mare forza 10 portò Yasmina sulla costa a Torrione. I temporali portano sempre delle cose a riva e delle paure dentro. I temporali sono il cambiamento, i temporali servono a dare una ripulita dentro e fuori. Quel giorno il temporale fu clamoroso. Il vento spezzava i rami degli alberi sul lungomare e la pioggia viaggiava orizzontalmente quasi come se volesse picchiarti e punirti. Le luci di Natale già montate volteggiavano nell’aria e rischiavano di passare dallo stato di stelle cadenti allo stato di stelle cadute. Attraversarono Via dei Principati per giungere sul lungomare. Lo spettacolo di piazza della Concordia battuta dalle forti piogge e dal vento lasciava senza respiro. Le onde che ormai non incontravano più la nave Concord, ormai smontata da tempo, raggiungevano il muretto della piazza e schizzavano sul marciapiedi. Il vento di mare portava il mare sulla terra e la terra glielo restituiva come in un gioco a due. Le barche in lontananza erano impotenti di fronte a tanta maestosità e questo rendeva Indie consapevole della forza della natura e di come essa fosse sempre e comunque parte essenziale delle sue composizioni. Il vero concerto lo facevano sempre e comunque gli elementi. Indie lo sapeva di essere sempre e solo un tramite. Il concerto non era mai il suo, il concerto quella sera non era dei Lef, ma degli elementi. I rami suonati come corde, il vento forte come le mani, il mare a fare da tappeto agli assoli delle onde. Il concerto era il momento in cui gli elementi davano il meglio o forse il peggio di se. Violenza ed amore, terrore e pace, liberazione e costrizione, attesa e sconvolgimento, luce e buio tensione e risoluzione. Il concerto era iniziato prima del tempo e Indie aveva iniziato a comporre dentro di se. Gli accordi si susseguivano e si intrecciavano come gli alberi ed il vento. Le note gli apparivano chiare davanti agli occhi, tutto si trasformava in un unico spartito su cui Indie viaggiava con la sua penna a scrivere con la semplicità stessa con cui l’acqua bagnava tutta la città, con la stessa violenza ed immediatezza con cui il mare stava per riprendersi la piazza. Mai un secondo per rilassarsi in quegli istanti infiniti, mai un minuto per gridare stop o per pensare ad una tregua, la sua era una fuga verso il punto coronato. Si aggrappava alle sue crome per giungere alle semibrevi del finale, ma era presto e doveva farsi accompagnare dalle semicrome che all’improvviso potevano ritrasformarsi in minime e ritardare la sua sublimazione. Il tutto coronato da un’armonia di accordi che non avrebbe mai pensato senza tutta quella violenza. Il concerto era iniziato e Indie lo stava suonando dentro mentre gli elementi lo suonavano fuori. Il concerto degli elementi finì con un sol maggiore. Niente di più che un rassicurante sol maggiore.
Arrivarono nel quartiere del circolo, ma il circolo era il quartiere e li accolse immediatamente. I Lef erano lì pronti per il soundcheck puntualissimi e Benny corse incontro ai britannici fratelli Rod e Don per aiutarli nell’impresa prima della grande serata. Si di un’impresa si tratta. Il soundcheck è sempre un’impresa. Riuscire a rendere tutto come il pubblico se l’aspetta. Riuscire a mettere i suoni in una posizione spaziale adatta al posto ed adatta alla strumentazione che l’artista usa normalmente è una cosa non facile. Ma Benny conosceva molto bene il suo mestiere ed essendo anche il Benny di cui tutti si fidavano non c’era dubbio che ogni cosa avrebbe quasi spontaneamente occupato il suo posto senza problemi. I bassi avrebbero fatto il mestiere dei bassi, gli alti altrettanto ed i medi sarebbero rimasti quasi a casa come nelle migliori famiglie. “Ah se tutti facessero sempre il proprio mestiere, si vivrebbe in un mondo migliore non pieno di imbecilli soprattutto”. “Indie il tuo telefono.. Indie?.. sta vibrando..” Il telefono era lì che vibrava e dichiarava il momento dell’altro concerto. Quello delle parole rassicuranti. Il concerto della vicinanza delle parole di Fly. Ogni volta arrivavano a lui come una coccola in viso. Ogni santa volta erano buone parole per lui. Ogni volta si sentiva al sicuro e protetto. Eppure era l’unica cosa che Indie e Fly facevano era telefonarsi. L’introduzione era quasi sempre la stessa. Un rassicurante “buona sera” trasformava l’audio medioso del telefonino in un deciso la maggiore suonato in un Fender Twin. “Come stai? musa della mia serata?” “bene, tu? mi sa che oggi non stai tanto bene visto il tempo e soprattutto visto che non mi rispondi a telefono!!” Aveva come sempre centrato l’obiettivo. Fly non vedeva mai Indie, ma guardava attraverso i suoi occhi e viveva nel suo pensiero. Sapeva ogni singolo pensiero e riusciva con una scioltezza unica a suonare le sue corde per sempre, da sempre. “Hai ragione Fly, sono un pò distratto da tutto questo suonare degli elementi, sono sconcertato, carino no? sconcerto nel concerto, sono anche un comico mal riuscito non trovi?” e sorrise e così sorrise anche lei. “Sei la solita capa pazza, ma ti perdono e tu sai che lo faccio sempre”. Fly era l’unica entità che riusciva a perdonarlo sempre e comunque. Fly viveva, o meglio esisteva per perdonare Indie e tutte le sue cazzate.
“Indie vieni” tuonò Benny chiedendo aiuto e Fly :”sei impegnato lo so ci sentiamo domani baci”. Riusciva a chiudere il telefono ad una velocità impressionante. Spesso Indie non riusciva a salutare, ma del resto lo diceva sempre: “io non conosco una sola persona normale”. “Arrivo” disse e si infilò in quello che la sera prima era stato il suo palcoscenico!
Si rese conto che non aveva mangiato e che il suo stomaco sempre un po’ dolorante si stava facendo sentire. Non aveva molta voglia, ma doveva pur farlo anche per affrontare il resto della giornata che si presentava impegnativa. Non poteva perdersela per nessuna ragione, tranne per la solita unica inesorabile ragione. Se all’improvviso gli avrebbe preso così non c’era che fare. Avrebbe preso la strada di casa e ciao a tutti senza salutare come al solito. Chissà forse questa volta ce l’avrebbe fatta a resistere. Era comunque più forte di lui, se gli succedeva di vedere qualcuno suonare, poi stava male e doveva farlo anche lui. Magari soltanto per unirsi all’universalità della cosa, magari solo per contribuire alla sinfonia improvvisata del mondo. Per lui era solenne ed importante. Non c’era un modo per suonare non pensare a quello che avrebbe poi scaturito nel mondo. Non c’era modo di farlo suonare e basta. non c’era verso, punto. Ogni cosa doveva necessariamente avere un significato oltre la cosa in se. Indie era così, che piacesse al mondo oppure no. Eppure sembrava che potesse piacere al mondo a giudicare dalla telefonata della Product. E proprio quel pensiero che ogni tanto tornava e lo faceva tornare in quello stato di catalessi profonda in qualunque posto si trovasse. Ora però c’era da ascoltare il soundcheck ed assicurarsi che tutto fosse a posto. I lef erano in ottime mani, Benny era un campione, era il fonico che ogni gruppo voleva con sé, ma non poteva essere di tutti ovviamente per cui Benny era del circolo e quindi di tutti.
“Allora ragazzi se avete montato tutto cominciamo, prima la cassa, costante forte e sempre alla stessa dinamica” disse Benny ed il batterista cominciò. Ogni qualvolta una fonte sonora produceva un suono costante e ripetitivo, Indie era lì ad improvvisare con la mente. Immaginò dapprima un violino irlandese che suonava il suo jig intorno alla cassa battente quasi per schernirla, girando intorno a lei come per sedurla. Un loop interminabile di scale unite al ballo di chi le suonava ed unite allo sforzo delle dita che dovevano “salirle”. Fisicamente, mentalmente al violino si aggiungeva il tin whistle all’unisono ed insieme fornivano quel tappeto di prato verde che solo la musica irlandese ti può dare. Benny gridò “Rullante” e l’inserimento di quest’altro suono garantì all’immaginario contrabbasso di inserirsi con semplicità in quel concerto di immagini e pensieri partorito dalla mente di Indie. Poi all’improvviso stop, bisognava provare il basso “Basso!!” e quei folletti che avevano occupato la sua mente svanirono immediatamente per fare posto a dei fantasmi glam del passato impostati, con lo strumento ad altezza ginocchia e i capelli a coprire il viso. L’ingresso della chitarra rappresentò il momento più rock del suo concerto mentale e le note della pentatonica trapassarono lo stage spaccando le lampadine delle sue sinapsi. Il concerto era ora questo, prima la natura, poi le parole di Fly ed ora la sua mente. Nulla era quello che sembrava, lui lo sapeva bene. Nessuno era in armonia con la natura come lo era Indie, ma Indie era al circolo ed il circolo era la natura.

