Cap.03 – La termocoppia

Non una parola riusciva a sentire, non riusciva a parlare, non riusciva a tirarsi fuori da tutto quel casino che il cervello riusciva a produrre. Noise, rumore rosa, rumore di fondo. Niente riusciva a calmarlo. Non si accorgeva più di nulla intorno a lui. Il lavoro, le persone che lo guardavano. Sembrava che fosse stato preso da un ictus. Era quella condizione che in fondo lui conosceva bene. Gli si bloccava il cervello, perché gli avevano toccato l’indipendenza o meglio l’Indie-pendenza. Gli avevano rotto l’acquario, gli avevano spento la musica. Quello che avvertiva era che dal 30 Novembre in poi forse il cerchio che lui amava si stava riducendo a poche semplici e sporche parole: deduci, scrivi, produci. A dedurre non sarebbe stato lui ma il mercato, a scrivere sarebbe stato si lui, ma in base a deduzioni tecniche e non artistiche a produrre… beh quella era la parola che più gli faceva schifo. Non riusciva nemmeno più a ripetere il suo mantra, tutto buio. Era spento. Switched off!

Come in un fade in di un brano la voce di Libera cominciò pian piano a risvegliarlo “Indie?”… “Indie?”….”Indie e che #?!! cazzo”. Aprì gli occhi, Libera gli teneva la faccia e lo guardava fisso negli occhi e gli parlava ad un centimetro dalla bocca. Sono queste le scene che fanno riprendere le persone. Prendere il viso di qualcuno tra le mani ti riporta alla vita mentre riporta alla vita l’atro.

“Nulla ragazzi riprendete a lavorare”, “Si, ma tu stai bene?” chiese Nerd, “si vai tranquillo è tutto ok”.

Ritornò tutto alla norma. I Pocket rientrarono in sala parlottando tra di loro, Indie non recuperò le cuffie ed uscì fuori per una boccata di storica aria.

Risalì le scale dell’IndieFarm e guardò fuori. I lavori a via canali non finivano mai, da anni. Aveva portato il telefono con se. Mai come in quel momento aveva bisogno di una telefonata di sfogo con Fly. Mai come in quell’istante avrebbe voluto sentire la sua voce rassicurante, dolce, esile come il suo corpo. Avrebbe voluto dirle tutto quello che sentiva e tutto quello che stava capitando con la solita certezza che l’avrebbe ascoltato. Pensò pure però che sarebbe bastato attendere ancora un pò prima di riprendersi e di lasciare tutto alle spalle a data da destinarsi. Intanto il 30 Novembre era vicino. Indie non voleva che questi pensieri potessero in qualche modo bloccargli l’ispirazione, bloccargli la sua improvvisazione. Ma ora era così doveva accettarlo. Il telefono gli vibrò in mano. Benny.

Presidente del circolo e quindi presidente della città. Uomo pieno di iniziativa e forza per andare avanti nonostante le difficoltà. Aveva preso il circolo come il paguro il suo guscio e lo portava avanti nella tempesta della burocrazia. Riusciva ad essere il Benny che paga le bollette e porta la spazzatura fuori e contemporaneamente il Benny che va alla conferenza stampa a dire che quest’anno il circolo farà una rassegna importantissima piena di artisti e contemporaneamente ancora il Benny che va nell’ufficio del sindaco a chiedere i finanziamenti. Benny era Multi-Benny. Amico di tutti e nemico di nessuno. Era la persona che ci voleva in quel momento.

“Indie ieri sera hai fatto paura, sei stato grande, ma poi te ne sei andato.. direi come al solito. Che fine hai fatto?” e poi senza aspettare la risposta: “il concerto è stato bellissimo lo sai?”. “lo immagino” replicò Indie, “lo immagino!”. “Oh ma che hai ti sento giù.” ed Indie: “no nulla solo un po’ di stanchezza accumulata ah e grazie per la telefonata. CI vediamo a pranzo. Solito?” e Benny: “sì al Line, ci vediamo più tardi”. “ok”

Il Line era il posto dove Indie e Benny si rifugiavano per parlare di musica, cultura, affari ed organizzazione. Ristorante un po’ lounge, un po’ ristorante. Gestito da un bulgaro dalla spiccata faccia simpatica e caratterizzato da una gentilezza disarmante. Chi lavora al Line sa essere gentile, sa portare i piatti a tavola, sa chiedere con gentilezza e sembra non essere mai stanco ne scortese, ne affaticato ne incazzato con il mondo. Cosa che normalmente non si trova in tutti i ristoranti del mondo diciamoci la verità.

I Pocket avevano finito e l’ora si era fatta. Stavano andando via e Libera tirandogli un bacio sulla guancia gli disse “hey riguardati, hai bisogno di riposo! e lui :”grazie ho bisogno di ben altro” guardandole il lato b.

Benny era come sempre in orario, aveva di sicuro parcheggiato la macchina su di un albero o qualcosa del genere ed ora era davanti al locale in attesa di Indie, guardando dalla parte sbagliata. Indie lo osservava da lontano e rallentò il passo per poterne carpire meglio l’umore prima di incontrarlo. Era una sorta di preparazione, un altro dei suoi riti. Scrutava da lontano le persone prima di poterle affrontare. Benny sembrava dell’umore giusto. Ottimo.

Si accomodarono, il bulgaro salutò con affetto, ovviamente ricambiato dai due. Ordinarono un gran bel bicchiere di chianti e Benny senza passare dal via :”Lo sai che dobbiamo parlare di quella telefonata di ieri vero?”.
“Certo che lo so, ma sai pure come la penso a riguardo”
“La pensi male secondo me. Max non è quello che pensi”
“Max è diventato quello che penso caro Benny. So cosa era e so adesso cosa è”

La Daybox Records che Max aveva fondato anni prima era partita con un’idea splendida: La musica suonata all’impronta. Dischi suonati in un sol giorno da musicisti che si incontravano per la prima volta in studio, di ogni tipo, razza  e qualità. Ogni singola registrazione rappresentava un tema. Sul sito della Daybox troneggiava la frase: “Un giorno chiamai Peppe perchè mi scappava di suonare”. Quanto erano simili Indie e Max. Vivevano l’urgenza, ma l’esigenza aveva trasformato Max e la sua Daybox in una semplice etichetta conforme alle regole della serie B: forma canzone, ufficio stampa, agenzia di booking,… che palle.

“Non è così Indie! Max è sempre quella persona che hai conosciuto. Certo ora sta cercando di tirare su le cose.. sai la crisi è quello che è non si parla d’altro. cosa ti aspetti?”
“In culo alla crisi” tuonò Indie, “non me ne frega un beato niente. Se sei indipendente lo sei quando hai soldi e quando non ce li hai. Gli ho mandato il materiale da mesi. Mi riempie di scuse, di cose che dicono tutti gli altri. Sono profondamente deluso.”
“Ma ti passerà non è vero? Non avrai mica pensato di passare con qualche major?”

La domanda di Benny fu come un cazzotto allo stomaco. Ripensò immediatamente alla telefonata della Product, al vetro del suo acquario in frantumi, al mantra sbagliato “deduci, scrivi, produci”, al suo shock down di poco prima. Si colorò di nero in viso, e stava per riprendere lo stato di catalessi quando il bulgaro lo risvegliò portandogli il vino.

“Finché c’è vino c’è speranza” brindò Benny ed fece Indie lo stesso alzando il calice.
“Benny lo richiamerò e gli dirò quello che penso. Poi quello che ne verrà verrà!”
“Non ti scaricare che abbiamo l’intervista allo Studio35, mi raccomando”
“Sono pronto come sempre caro, e poi Nico è fantastico, Fabio è na Pasqua e Sergio n’amico”
“Ma come non sai che Sergio non sta più là?” disse Benny “ha riaperto lo studio Lag
ed Indie: “ma tu che dici? Roba da non credere. Quindi oggi non lo vediamo? Vuol dire che andremo a fargli visita dopo l’intervista.”
“Si, ma non perdiamo tempo, che c’è la seconda serata del Festival e stasera suonano i Lef, già sai, pienone ed i suoni devono essere perfetti”
“Non ti preoccupare, stasera scassiamo tutto”

Calici in aria Indie e Benny festeggiavano il successo del Fall Festival e la rinascita del circolo, quindi la rinascita della città. Lo facevano nel posto che preferivano e lo facevano sicuri che la loro missione fosse cosa buona e sopratutto compiuta.

Una tempesta stava per passare di lì a poco, all’orizzonte del Line, nel centro della città, al centro del loro regno. Libera passò lì davanti, li vide, si avvicinò. La differenza di potenziale cominciò a farsi sentire e la corrente a circolare. La termocoppia Hendrix Sylvian era diventata la termocoppia Indie Libera. Una coppia non coppia che si elettrizzava alla visione, ma sapeva di non poter aver futuro. Indie era consapevole che la sua indipendenza fondamentalmente era totale, ma alcune barriere il fluttuare di Libera riusciva ad abbattere con il suo semplice sinuoso avanzare. Gli prese il viso nuovamente tra le mani e gli baciò la punta del naso :”Ti sei ripreso adesso?”
“Adesso sì, sono completamente ripreso, grazie.” Il suo fluttuare continuò dalla parte opposta dopo un velocissimo micro-saluto che portò l’elettricità con se verso altri luoghi, mondi e misteri. Benny aveva assistito alla scena quasi a bocca aperta, impotente, e sorpreso. Indie lo era di sicuro, quella giornata era davvero un casino.

Lo Studio35 era rosso e questo già faceva dello studio un posto accattivante. La foto di David Bowie di fianco a quella di Bregovic lasciava pensare ad un abbinamento strano, ma piacevole. Anche essa una termocoppia di tutto rispetto. Del resto è nel dualismo che si forma la crescita. Nello zero e nell’uno, nel bene e nel male, nel giusto e nello sbagliato.
Una parete ostentava i lavori sognanti di Fabio. Le sue foto hanno sempre un non so che di speciale e misterioso. Il tutto si spiegherebbe semplicemente guardando il gesto del suo click con la sua macchina fotografica spaziale. Clicca e poi fa fare un giro alla macchina così la luce insegue l’obiettivo e disegna sulla pellicola come un pittore. Bello davvero, bello davvero. “Abbiamo qui il presidente del circolo Mumble Rumble di Salerno, palcoscenico per la prima edizione del Fall Festival. Siamo in autunno, il periodo migliore per poter dare sfogo all’ispirazione ed alla creatività. Indie come mai?”
“E’ un periodo dell’anno con dei colori molto caldi, è molto malinconico, è molto neutro, per cui è come una tela su cui si può stendere un colore qualsiasi, è’ come un foglio grigio su cui puoi appoggiare tutte le nuance che vuoi. Quale miglior momento per poter dare sfogo all’arte?”
“Avete dato spazio anche alle altre arti e non solo alla musica noto con piacere” disse Nico puntando sempre il microfono verso Indie
“L’arte è una, ognuno la esprime come riesce e come sa fare. La musica è solo un tramite. C’è chi usa la parola, chi la penna, chi la matita, chi il proprio corpo, i colori. Insomma alla gente bisogna far pensare che è l’unica cosa gratis che ci è rimasta”
“Come procede allora questo Fall Festival” chiese Nico puntando il microfono verso Benny
“La risposta è davvero buona, sta arrivando gente da tutta la Campania. Stasera suoneranno i Lef e ci aspettiamo il pienone. C’è gente che chiama per prenotare posti, ma non siamo un teatro. La sala conterrà tutti quelli che riescono ad entrare” disse quasi sorridendo.

Intanto le parole cominciavano ad allontanarsi dal cervello di Indie che rientrò felice nell’acquario dei suoi pensieri. Ce la stava facendo davvero, era riuscito ad organizzare una cosa che avesse uno spessore, che fosse indipendente e soprattutto che la gente ne volesse parlare in qualche modo. Si immerse nel suo autunno fatto di cori polifonici e canti solisti a tagliare l’atmosfera come il vento spezza i rami degli alberi ed attraversa i corridoi che solo la natura riesce a creare. Si immerse nei boschi della sua mente ad ascoltare il richiamo del vento e dei passi sulle foglie. Era la sua droga, il cervello era la sua droga. Come se di colpo qualcuno alzasse il volume della tv a palla arrivò la domanda di Nico :”Indie e tu suonerai al festival?” Indie non riusciva a capire perché tutti, inesorabilmente lo dovevano svegliare di colpo. Rispose innervosito: “no, io organizzo, non posso essere presente in tutte le forme in questo festival, sarebbe un po’ come un conflitto d’interesse non credi?” poi si calmò “diciamo che sarebbe un onore per me suonare al Fall festival, ma non mi hanno voluto” disse ridacchiando e provocando l’ilarità dei presenti. L’intervista scivolò liscia da quel momento ed era anche ora di andare. Come promesso Indie e Benny decisero di raggiungere Sergio allo Studio Lag per un saluto veloce.
Lo Studio Lag forse era il posto dove aveva speso più tempo nella sua vita musicante. Con Sergio era entrato diverse volte in simbiosi su progetti alternativi di ogni genere. Con Sergio era riuscito a trovare quell’intesa che deve necessariamente crearsi tra musicista e produttore. Sergio non sempre riusciva a spiegare tecnicamente quello che voleva dalle esecuzioni e dai takes di Indie, ma ci provava a volte usando una gestualità, delle parole comuni e delle immagini per indicare la strada da intraprendere. Per esempio se voleva un suono di flanger, chorus e delay diceva “fammi un riff un pò figlio dei fiori”. Questo era Sergio e così aveva costruito il suo studio. Una caverna in cui regnava il suo mixer che cambiava posto ogni stagione. Una caverna che aveva avuto l’onore di ospitare musicisti di ogni tipo e genere. Una caverna da cui uscivano tante idee e prendevano strade molto varie e distanti tra loro. Qui la daybox records aveva iniziato le sue sperimentazioni improvvisate e qui secondo indie avrebbe dovuto portare avanti il progetto anno dopo anno senza lasciarsi fregare dalla forma canzone. Chissà forse un giorno sarebbe tornato tutto artisticamente al proprio posto senza troppi problemi, ma forse no. Le cose cambiano e Indie lo sapeva bene.

Sergio era lì che li attendeva con il suo fare solito affettuoso. Era uguale a sempre e lo studio Lag lo testimoniava presentandosi ai tre con la sua oscurità di fondo. Era uno studio in cui si riusciva a trovare una grossa concentrazione ed ispirazione. I muri erano di pietra ed appartenevano alla collina. L’acustica pressoché perfetta della sala riprese rendeva tutto più facile.

“Grande Sergio allora stasera ci vieni a trovare?”
“Perché stasera che fate?” Domandò. Sembrava sempre vivesse sul pianeta Lag e che solo ogni tanto riuscisse a scendere tra gli indipendenti umani.
“Ahee non sai del Festival al circolo?”
“Ah si quella cosa che volevi fare, poi l’hai fatta? bene mi fa piacere. Beh non lo so sinceramente.. faccio il possibile”
Il modo di dire “no non ci vengo, non ci pensare minimamente” era molto elegante ed aveva diverse versioni. Questa era quella amata da Sergio “faccio il possibile”. Ma Indie glielo perdonava sempre e comunque.
“Comunque Sergio siamo passati per un saluto veloce e per vedere se lo studio era ancora in piedi. Poi ti verrò a trovare con calma e mi farai ascoltare le tue nuove cose ok?”
“Certo cari, vi aspetto e mi raccomando stasera, scassate tutto”.

Non si è mai capito perché il termine “scassare tutto” sia così in voga e così comune in questo ambiente. Come se “scassare” fosse l’obiettivo di un musicista. Rompere cosa? Far si che la gente scassi il locale? Cosa vuol dire? Scassare gli strumenti come facevano gli who, gli Emerson Lake and Palmer ed i Clash? Scassare i timpani alle persone? Scassare l’impianto per il volume? Insomma scassare cosa? Misteri del gergo musicante.

Comunque anche Indie e Sergio erano una termocoppia a modo loro e sapevano che un giorno magari molto lontano, avrebbero fatto qualcosa di concreto insieme. Si salutarono. Benny era rimasto in religioso silenzio ed era già concentratissimo per la serata da affrontare al circolo. Il concerto dei Lef era atteso.

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