Cap.02 – Umanità accalcate

Ogni mattina, ogni santa mattina succede la stessa identica, inesorabile cosa. Indie allunga una mano per verificare le sue poche certezze ed una volta raggiunte si leva dal letto con una manovra degna di uno psicopatico. Si mette prima di lato, poi a pancia in giù, poi appoggia le mani come se volesse fare una flessione ed ifine si tira su dando le spalle al soffitto, le ginocchia avanti e poi il piede destro a terra e successivamente l’altro. Si parlava di certezza, sì, di aver dormito da solo, di essere tutto intero e di sentirsi in grado di tirarsi su. La mattina dopo lo show al Fall Festival Indie si sentiva carico. Sentiva di aver fatto qualcosa di aver detto a tutti come la pensava. La telefonata a Max gli aveva fatto guadagnare punti, ora da tutti era considerato ancor più indie. Era il momento di muoversi e di lanciarsi nella città. Indie usava il pullman per recarsi in centro. Lo considerava civile, ma soprattutto lo vedeva come un esperimento a cui non sottrarsi per nessun motivo. Nel pullman incontri tutta l’umanità, è il posto dove la gente viaggia insieme con i pensieri mentre è a contatto, a volte fisico, con quelli degli altri. Aveva costruito delle storie intorno ad alcune persone ed ogni mattina cercava di poterle confermare. Una persona che non riusciva assolutamente a sopportare era una signora sulla cinquantina sempre ben vestita che sembrava non aspettasse altro che accendere il telefono e fare una chiamata non appena entrava nel pullman. Sistematico come la manovra che Indie usava per alzarsi la mattina, quella stronza tutti i giorni entrava nel pullman faceva in modo per farsi lasciare il posto, tirava fuori il telefono dalla sua borsa da migliaia di euro e chiamava una sua amica rendendo così la sua vita pubblica. Che assurdità.
Questa è la storia che Indie aveva costruito sulla “signora”. “Ebete, era il suo nome, aveva due figli. Il primo attaccato alla sottana di mamma e sempre a casa a masturbarsi con la sua playstation ultimo modello. Il secondo un pò più alternativo, ma di quelli che raccontano tutto a mamma. Il primo figlio si chiamava Amedeo e non c’era una volta che non si rivolgesse alla mamma con una dolcezza mielosa ed antipatica da far venire il voltastomaco. Il secondo, Ribelle, si era trasferito a Roma a studiare alla Louis e quindi aveva creato un “vuoto di famiglia”. Un vuoto a perdere pensava Indie. “Il signor “vado alla Louis” essendo un nulla facente e quindi uno per niente organizzato e capace di gestirsi da solo, evidentemente chiamava mammina tutte le sere e di conseguenza le scaricava una camionata di guai, dal condominio alle bollette al vicino di casa che scorreggiava di notte, al fatto che non riusciva a farcela con i soldi fino a fine mese e che non aveva intenzione di andare a lavorare per potersi mantenere da solo (l’idea non superava la cartilagine dell’orecchio medio). Di conseguenza gli argomenti di Ebete a telefono con la sua amica Vacua (per gli amici) erano tutti della stessa serie: “Mio figlio, mio figlio, mio figlio,….” e poi “io gliel’ho detto che sono una mamma moderna per cui può fare quello che vuole, ma quella non mi piace, poi la gente che dice, bla bla bla bla bla bla..”.
Il secondo personaggio che spesso incontrava era invece molto più romantico. Tipico panettiere che torna a casa a dormire dopo aver panificato. GLi veniva voglia ogni volta di abbracciarlo e ringraziarlo per il lavoro svolto. Il pane, che cosa meravigliosa e poi chi lo faceva, erano per lui, poeti. Si poeti della farina, maestri indiscussi della bontà, fornai della felicità. Il pane caldo al mattino, i profumi, il sapore, la sensazione del croccante. Tutta realtà che a Indie piaceva quasi più delle sue nuvole. Alfredo doveva chiamarsi secondo Indie e probabilmente si chiamava così. Alfredo dormiva nel pullman e si svegliava alla stazione come per incanto come se un filoncino, ed una rosetta appena fatta, gli sussurrassero che era ora di scendere ed andare a riposare a casa. Alfredo era il personaggio principale della commedia “Bread whisperer” che Indie aveva appena inventanto all’impronta ogni mattina.

Tutto questo avveniva di solito intorno alle 9.00 del mattino e quella mattina Ebete stava per salire sul pullman quando Indie fu sorpreso dal suo telefono. Che fare? comportarsi come Ebete, o lasciare che il telefono squilli all’infinito. Mettere il silenzioso oppure scegliere “rifiuta”? L’I-coso aveva una sola funzionalità strabiliante: quel cosino di lato che quando lo sposti nella posizione silenzioso ti da quel senso di salvezza e liberazione che solo uno squillo di telefono può rovinare. Indie decise di non rispondere e di perdersi tra le sue storie da pullman: Umanità accalcate, storie distanti anni luce, ma tutte li a guardare nel vuoto o sul quotidiano di turno, od a verificare l’arrivo della terna arbitrale dei controllori. Fanno il loro check agli effetti personali, il portafogli, il telefonino, la zip della borsa da lavoro..ok.. scendono dal bus e sono pronti per affrontare una nuova giornata.. nuovi come ieri… si chiedono se accadrà domani, ma sanno che è lontano ancora quel giorno, sanno che non succederà presto, ma succederà.. aprono il loro ufficio e si consolano perchè è il loro, accendono il pc, il portatile, controllano la mail.., leggono i fatti, ma niente… non ancora…, non ancora è successo quello che desiderano tutti. Il pullman era tutto questo, un universo migrante e traballante. Del resto anche la sua vita era così. Indie non scendeva mai alla fermata più vicina al posto dove aveva deciso di andare. Indie scendeva molto prima e puntualmente si lamentava del fatto che aveva speso un euro e 20 centesimi per nulla. Ma non voleva mancare all’appuntamento con l’universo migrante così come non voleva assolutamente mancare all’appuntamento con l’universo camminante. Quale migliore fonte di ispirazione delle persone che camminano? Quale modo migliore per poter scaricare a terra le tensioni del mondo? Quale modo migliore per poter guardare in faccia il mondo? Quale migliore occasione per poter vedere la propria ombra in un giorno di sole in una città bella come Salerno? Decise di scendere alla stazione. Di li a poco iniziava il C.so Vittorio Emanuele. “Eppure mi ricordo quando ci passavano le macchine!” disse a bassa voce. Sì molti anni prima dal “corso” passavano le auto e le persone insieme nella stessa orgia di casino, spesso pioggia, e rumore. “Salerno al mattino è straordinaria, è una città senza tempo” pensò questa volta per non farsi sentire da tutta quella “marmaglia che sa solo criticare”. Indie amava la sua città ed era l’unica cosa che gli portava dipendenza e non gli faceva male, oltre la chitarra ovviamente. Ma quella gli faceva male e come! Attraversò il primo tratto e si diresse verso il suo pusher preferito: Mario. Il negozio di dischi storico di Salerno, un amico di vecchia data, una persona con cui poteva sempre scambiare una chiacchiera interessante. Alla fine era come un rito anche questo, passare dalla sua vetrina e rendersi conto che era sempre troppo presto per poterlo salutare. Mario apriva più tardi, Indie amava uscire presto, anche con gli occhi a palla, ma presto. Superato Mario affrontava l’attraversamento di via Diaz e qui si verificava sistematicamente un fastidio ormai noto. Con tutto il rispetto del mondo per gli anziani Indie non sopportava una sola categoria: “Il nonno in divisa”. Si chiedeva come mai una persona che non è in grado più nemmeno di guidare e quando lo fa crea spesso problemi, potesse dirigere addirittura il traffico. Ma poi si rendeva conto che non poteva avercela così tanto per questa cosa, del resto erano persone che altrimenti sarebbero rimaste tristemente sole e si sarebbero sentite forse inutili. Li almeno potevano guardare il lato B delle mamme che portavano i pargoli a scuola senza vergognarsene. Indie pensò:”da grande voglio fare il nonno in divisa” e sorrise come un cretino solo sa fare. Aumentò il passo e superato l’ultimo tratto di corso s’infilò nel centro storico della città. Via Mercanti lo attendeva con i suoi negozietti e le luci di Natale già pronte da tempo. Via Mercanti lo attendeva come solo un centro storico sa fare. Lo attendeva per accoglierlo, per abbracciarlo e per dirgli quanto le faceva piacere avere un cittadino nelle sue viuzze, piene di negozi e di umanità. Un bambino uscì di corsa da una casa sbattendo una porta. pppAMMM. Sua madre immediatamente dopo riaprì la porta ed urlò: “e a ì sotta a na machinaaaaa!!!” (traduzione: devi finire sotto un auto!). L’augurio della mammina al figlioletto risuonò all’interno del centro storico come un anatema. Pochi passi e si aprì davanti agli occhi la piazza del Crocifisso (ma perché stava andando di là?) come un Do quinta bemolle. Aveva questo fantastico vizio di dare un accordo ad ogni cosa che incontrava. Ogni accordo gli suggeriva una tensione oppure una risoluzione come dice la teoria dell’armonia musicale. Una piazza in Do quinta bemolle è una piazza che da tensione. Fosse stata in Sol maggiore cambiava tutto. “Il telefono cacchio” pensò, “il telefono non l’ho manco guardato..di sicuro qualche rompi balle.. guardiamo..”.

Fly l’aveva chiamato ed il suo cuore sussultava. Non era un rompiballe assolutamente. In quelle poche occasioni che aveva avuto non era riuscito mai a dirle tutto quello che voleva dirle. Non ci riusciva, perché i tempi erano sempre sbagliati. Aver perso quella telefonata lo intristì nuovamente. Aveva perso una nuova occasione. “cazzarola… mai più evitare di guardare il telefonino..” pensò categorico ed incazzato nero con se stesso. “che faccio riprovo a chiamare? provo?” ma per fare cosa, per beccarsi un ennesimo rifiuto di chiamata. Fly era la persona che viveva nella sua vita da sempre. La persona a cui riusciva a dire tutto e senza nessun tipo di rimorso. D’altro canto Fly riusciva a capirlo in tutto e per tutto. Fly Indie era come dire un nome bellissimo per indicare “vola indipendente”. Si rammaricava di non aver risposto e si proponeva di chiamare ad un orario più consono. Fly era un Mi minore settima nona. Un accordo triste, ma splendido, caldo e pieno di corde a vuoto (nel caso della chitarra) e risuonava nel suo cuore con un grandissimo reverbero.

La passeggiata al centro storico diveniva più interessante ed Indie cominciò a guardare in alto soddisfatto in qualche modo dal fatto di essere stato pensato anche e solo per un pò. Il suo sguardo non potè non accorgersi del balcone del soprintendente all’incrocio con Via Botteghelle. Gli veniva sempre voglia di salirci su e vedere il centro storico da un altro punto di vista. Quello di chi amministra, quello di chi ha la responsabilità di mantenere in piedi la bellezza architettonica di un posto. Via botteghelle era una via storica, non poteva non essere attraversata. In fondo alla strada a sinistra salendo, anni fa esisteva il locale “Le botteghelle”. Un carnaio fumoso in cui si esibiva il meglio del blues e del jazz. Si dice che anche Dizzie Gillespie ci abbia suonato una volta. Ad Indie questa cosa che la città avesse avuto un passato da Cotton Club gli riempiva la pancia. A proposito… un caffè al “Caffè dei Mercanti” è quello che ci vuole. I due personaggi che gestivano il Caffè dei Mercanti anni fa erano una sorta di cartone animato vivente. South Park a confronto era una telenovela. Era un piacere prendere il caffè in quel posto. Si sedette su una delle panche piccole all’inizio del locale dando le spalle al muro. Doveva guardare il passeggio e costruire storie sulle persone mentre passavano. Ordinò il caffè e chiese gentilmente lo zucchero di canna. Quandò il nostro “kenny” portò il caffè al tavolo iniziò il solito rito della bustina di zucchero: triplo scuotimento, taglio perfetto longitudinale, mescita dello zucchero e chiusura all’interno della bustina aperta del lembo strappato.
Il caffè era come sempre ottimo ed era sempre condito con qualche battuta che Indie ascoltava dal suo personalissimo “South Park”. Guardò nuovamente il cellulare e si rese conto che si era fatta ora di aprire lo studio. Ecco, se fosse stato un avvocato, chissà un commercialista, un informatico, forse adesso i pensieri che gli frullavano per la testa sarebbero stati altri. Indie aveva uno studio di registrazione, piccolo, ma funzionale e soprattutto al centro del mondo, al centro della sua città. Si diresse verso via Canali ed a due passi dall’Ave Gratia Plena la porticina del suo regno lo attendeva ansiosa di essere aperta. La porta di uno studio di registrazione al centro storico non poteva che essere un Fa minore settima: difficile per un chitarrista, ma un accordo fascinoso e di una certa tensione. Chissà forse Indie stava cercando il suo Do maggiore da qualche parte, ma ne aveva paura come se fosse un punto di arrivo, di risoluzione. Indie era indie e sapeva fare solo quello. Scese le scale ed entrò nel suo regno. Il banco del mixer lo attendeva ed i segni di due sere prima si fecero subito notare e saltarono ai suoi occhi come il primo impegno da svolgere: togliere un po’ di casino da mezzo. Quella mattina dovevano venire i “Pocket full of cluods”. Che bel nome e che bel gruppo. Adorava lavorare per loro alla produzione di quello che sarebbe stato l’ennesimo salto nel vuoto. L’ennesima inutilità per il mercato, ma l’ennesima prova che la buona musica non appartiene al mercato. La buona musica è bella perché è bouna musica, con il mercato non ha nulla a che fare.
Lo studio lo aveva chiamato “IndieFarm” e quelli del centro storico pensavano fosse una farmacia, magari parafarmacia e a volte gli chiedevano il maalox. Sulla parete sinistra di fianco alla gigantografia di John Cage c’era un poster che Indie aveva fatto stampare dal suo amico Type (Enzo per gli amici) che riportava la seguente frase: “Il suono è l’interruzione del silenzio. Lo stato di quiete apparente viene improvvisamente modificato dal vibrare di una corda, da un battito cardiaco, dal pulsare di una vena, da una goccia di pioggia nel mare. Tutto suona inesorabilmente. Il Mondo intero suona la propria immensa sinfonia improvvisata fatta di passi, respiri, pensieri. Il suono diventa musica solo quando è in armonia con questa sinfonia, in armonia con la sinfonia improvvisata del mondo.” Queste parole che Indie ripeteva a se stesso ogni volta che iniziava una nuova composizione facevano parte di quel repertorio che forse un giorno avrebbe tirato fuori per scrivere un libro. La parete opposta riportava l’inevitabile bacheca con le foto dei tour a cui avevca partecipato. Le foto, come le cose che aveva fatto, erano disposte in maniera abbastanza disordinata. Era attaccato particolarmente ad una foto fatta in olanda in cui sfoggiava la sua t-shirt preferita dell’adidas rossa con le tre strisce bianche. Una sorta di divisa che rappresentava un bel po’ di cose. Adorava quella foto perché lo ritraeva in un momento di piena concentrazione. Una concentrazione tra l’altro ingiustificata in quanto stava eseguendo un Si bemolle maggiore, un accordo per lui quasi inutile, ma a volte risolutivo. Il si bemolle maggiore sembrava essere parte della musica solo per fare numero, ma c’era e come tale andava rispettato. Di fianco alla bacheca c’era l’iconadi David Sylvian di fianco a Jimi Hendrix. Due modi di interpretare l’universo, due mondi distanti anni luce, due artisti completamente diversi. Li aveva messi lì come una termocoppia. Due punti a temperature completamente diverse e distanti che generano una differenza di potenziale. Si poteva avvertire l’elettricità generata da quei due sguardi insieme a pochi centimetri e come Indie avvicinava lo sguardo alla foto di Jimi gli sembrava sentire il wah di voodoo chile, poi si allontanava e si avvicinava alla foto di David e qui avvertiva il silenzio di “Mother and child”.  Era una sorta di gioco ed i brani che si alternavano erano sempre diversi; ora “Angel” e poi “Orpheus”, ora “Drifting”, ora “Red Guitar” e così via.
Poco distante dalla termocoppia aveva messo il poster di “the commitments” di Alan Parker. Aveva visto quel film miliardi di volte, ne conosceva ogni singola battuta e sperava un giorno di incontrare Jimmy Rabbit sul ponte del Liffey a Dublino un bel giorno per potergli dire “grazie per le interviste che ti facevi da solo nella vasca da bagno, me le faccio anche io spesso” e per potergli chiedere una informazione per raggiungere TempleBar e sentirsi dire “tarn roit” (turn right) in perfetto dublinese. Forse avrebbe scelto qualcosa che già sapeva di trovare a destra solo per sentire il suono di “right” (roit) in irlandese. “Ah l’irlanda, lì me ne andrei, ma poi come farei senza la mia Salerno?”. Il campanello suonò .. i Pocket erano in perfetto orario. La posizione di Indie seduto di fronte al banco gli permetteva di assistere alla discesa delle scale degli artisti. Notava come fosse unico ed esemplare ogni singolo gesto di ogni singola persona. Chi scendeva le scale si giocava un’occasione per cambiare il proprio “accordo” che Indie aveva assegnato. “La musica è donna ed una donna deve esserci in ogni gruppo” disse mentre Libera scendeva le scale. Il primo “Si minore quinta più” si stava avvicinando per salutarlo. “Come stai pazzo?” tuonò lei. “Seduto in attesa come sempre. Oggi mi stupirete immagino e quindi mi godrò lo spettacolo da questa parte del vetro”. Gli artisti che registravano alla IndieFarm erano troppo felici di farlo lì. Indie trovava sempre il modo per farli sentire “their-self at home” e soprattutto aveva le parole giuste per caricarli positivamente. “Ci puoi giurare!” disse Francesco guardandolo fisso negli occhi scendendo le scale e giocandosi il suo Re maggiore. “State già parlando male di me?” disse invece “il nerd” scendendo per ultimo. “Hey nerd! quale server hai bucato oggi?”. Nerd era un mostro dei computer, antipatico “a mostro”, saputello e tastierista. Il mondo del digitale lo aveva creato ed egli tendeva ad esso come la terra richiama gli oggetti al suo centro. Eterea era la musica dei Pocket full of clouds ed eterea era Libera: longilinea, fisico perfetto da far girare la testa. Mani affusolate ed un talento mostruoso per la chitarra. Occhi profondi, vestita come un “dog’s dinner”, avrebbe fatto drizzare anche la torre di Pisa.
Pochi preparativi e i Pocket erano già pronti per provare la prima “cloud”. La porta della sala riprese si chiuse ed il suono con essa sparì. Le cuffie, il tempo di infilarle ed Indie veniva immediatamente proiettato nel suo acquario personale, in cui i sensi rallentavano il tempo e le cose si muovevano come viste attraverso una stroboscopica. “Che meraviglia” pensò “E’ meglio di ogni altra cosa”. Libera si chinò per prendere la sua chitarra e la indossò come un vestito che le stava troppo bene addosso. Alzò il volume ed emise un la minore per testare l’accordatura. Il sustain durò nelle orecchie di Indie il tempo sufficiente ad una passeggiata in centro shopping compreso. Un brano di 3 minuti nell’acquario di Indie durava due giorni ed egli per questo viveva più degli altri. Ma come tutti i suoi sogni alla fine qualcosa lo svegliava all’improvviso. Quel maledetto telefono squillava anche sotto la caverna della IndieFarm.

Come quando stai per attendere una cosa, ma allo stesso tempo non vuoi che accada, come quando qualcosa ti interrompe sul più bello, come una scossa di terremoto, qualcuno stava attentando all’indipendenza di Indie. Come il diavolo può tentare una fedele vecchietta all’interno della sua chiesa la ProductRecords stava chiamando sul cellulare di indie di primo mattino nella IndieFarm. Può una cosa che si chiama ProductRecords interagire con una cosa che si chiama IndieFarm? Le parole non fanno proprio match, ma si sa bene che a queste telefonate bisogna rispondere e poichè Indie aveva già parlato col “diavolo” diverse volte, si tolse le cuffie e rispose al telefono. Il diavolo gli stava fissando un appuntamento per il 30 di Novembre, il diavolo aveva ascoltato il suo materiale, il diavolo aveva capito che aveva una collocazione discografica, il diavolo aveva capito che Indie poteva essere portato, insieme al suo universo, all’inferno! Accettò l’appuntamento chiuse, rimise le cuffie, ma l’acquario si era spaccato e l’acqua era uscita fuori. Tutto quello che Libera ed i suoi stavano suonando si trasformò in un ammasso di note senza senso e lui odiava le cose senza senso. Si tolse le cuffie con violenza, le lanciò contro il vetro al chè i Pocket si fermarono di colpo e Libera gli lanciò uno sguardo che materializzò un fumetto: ” #?@!!  #?@!!  Che cazzo succede I?”.

Succedeva che la sua indipendenza in un attimo si sentiva minata. Sentiva come se lo stessero violando e che l’artefice di tutto questo fosse egli stesso. Causa ed effetto del suo stesso male. Succedeva che quella telefonata doveva arrivare e non doveva arrivare. Succedeva che ogni cosa che aveva detto e blaterato per anni si stava trasformando in un ammasso di cazzate urlate al vento e lo stesso vento stava portandosi via anche tutta l’ispirazione, gli occhi di Libera e le sue mani, i suoi accordi, le canzoni dei Pocket, la passeggiata in centro, il balcone di via Botteghelle, il caffè dei Mercanti, il suo viaggio in pullman, il panettiere, la stronza a telefono. Tutto risucchiato in un unico buco nero. Il buco nero dell’affare. Il buco nero del business che da sempre combatteva. L’urgenza poteva trasformarsi in esigenza. La porta della sala riprese si aprì e Libera riaprì il suo fumetto :” #?@!!  #?@!!  Che cazzo succede I?”

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