Cap.01 – Il circolo

“Mi chiamo Indie, e questo già è un problema. Da quando ho deciso di essere indipendente le cose si sono sempre complicate, non hanno mai trovato un appiglio, un momento di giudizio reale. Tutto si è basato sempre e comunque su sogni. Tutto su delle piccole, a volte grandi nuvole che mi hanno caratterizzato finora” Le nuvole su cui Indie cammina, si dice che finiscano sempre con fargli scalciare qualcosa. “Proprio perché penso e perché guardo in aria. Le nuvole appunto. Guardo le nuvole. Si sono indipendente e guardo le nuvole.
Trascino il mio sacco e lo porto allo spettacolo. The show must go on. Così come i sogni “must go on”. Qualcuno direbbe che ho comprato la chitarra per punire qualcuno, ma l’ho fatto solo perché avevo un’urgenza. Si mi piace chiamarla così. Urgenza e non esigenza. Quando suono lo devo fare altrimenti mi suono addosso. Non c’è nessun altro motivo. L’urgenza è fisiologica, l’esigenza è contestuale. Sono un musicante indipendente. Un musicista blaterante per cui un musicante. Suono il silenzio e non canto, suono la natura e me la godo. Suono la materia, gli elementi. Avverto l’infinito addosso e me ne vanto. Mi scrollo di dosso i problemi solo quando sono con quell’arnese infernale, la chitarra. Si dice che sia l’unica donna in grado di non tradirti, ma è pur vero che le corde si rompono ed anche spesso. Suono la vita, ma chi sono io per poterla descrivere? Sono solo indie e non so fare altro. Sono solo uno che agita la mano destra mentre la sinistra pigia dei tasti. Lo faccio solo perché ne sento un fottuto bisogno. Lo faccio perché voglio lasciare traccia della mia esistenza e per “testimoniare il genio del momento in cui eseguo qualcosa”. L’attimo irripetibile in cui il suono si manifesta. L’attimo irripetibile in cui il cervello ti comunica che è ora di partorire quella cosa che è ormai troppo pesante da portare addosso, troppo leggera per farla volare. Quella cosa è a metà strada tra essere tua o del mondo intero. Quella cosa che parte da dentro e si materializza nelle tue mani, fa vibrare una corda e si diffonde nell’aria e per questo la respiri insieme all’ossigeno. Esso se ne arricchisce ed arricchisce anche te, ignaro di respirare una cosa diversa ogni santa volta che il rito si ripete:respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro. La magnificenza del cerchio, della ripetizione dell’impossibilità di trovarne una quadratura. Sono indipendente e me ne vanto come una signorina che mostra per la prima volta i tacchi all’umanità intera. Come una donna al suo matrimonio, mostro il mio vestito bianco dell’indipendenza, la mia meringa appetitosa della non sudditanza. Mostro al mondo intero che il mio suono non è figlio di nessuno, mostro al mondo intero che le mie corde sono mie e che la mia musica non sarà mai frutto di un contratto. Sono Indie io, non tu. Sono indie io che abbasso il volume per non disturbarti quando dormi e lo alzo per disturbarti per lo stesso motivo. Il nome me lo sono dato da solo perché sono Indie. Ma chi ero prima? chi sarò poi? “

Indie iniziò il suo spettacolo così. Il “Fall Festival” era stato finalmente inaugurato e voleva necessariamente essere il primo a parlare. Aveva partorito questa idea principalmente per riuscire a spiegare alle persone che c’è dell’altro nel mondo. Che la musica non può sempre essere la stessa e che il modo migliore per spiegarlo era entrare in prima persona sul palco e dire tutto quello che sentiva fosse giusto. Il “Fall Festival” era il festival che aveva sempre sognato. Il momento per poter percorrere tutta la sua vita artistica a ritroso per poterla rivivere ancora. “Non cambierei nulla di quello che ho fatto” diceva in continuazione a tutti quelli che lo conoscevano. Ma nulla poteva cambiare.

Il circolo che ospitava il festival era il punto di riferimento di ogni musicista della zona. Tutti in qualche modo erano passati di là. Si chiamava “Mumble Rumble” e rappresentava letteralmente il “Pensiero Azione” della comunità intera della zona orientale della città. Anni ed anni per capire come pronunciare le due parole, ma alla fine tutti lo chiamano il “circolo”.
Il circolo era tutto per i musicisti, era il posto dove discutere, studiare, sfidarsi. Era il posto dove le idee circolavano gratis ed era molto difficile farle passare oltre il confine del centro cittadino. Le idee si sa sono scomode oggi come allora. Il “circolo” partendo da una cultura jazz/blues era riuscito a creare situazioni straordinarie, musicisti di ogni tipo, razza, cultura ed ispirazione. Il circolo aveva creato dei mostri per la città. Il circolo era la città dal punto di vista artistico. Di conseguenza la zona orientale della città era a tutti gli effetti la zona orientale del circolo.

Indie continuava il suo show trascinando un sacco strapieno di cd di musica indipendente. Una quantità di cd senza copertina, masterizzati a 300x recanti nomi di gruppi sconosciuti che sarebbero molto probabilmente rimasti tali per sempre. “Sapete cosa sono questi?”, la platea non rispose. Dunque tuonò più forte: “Sapete COSA SONO QUESTI?”, e la platea: “sono cd?”. Qualcuno disse “regali di natale?”, altri “caramelle?” e le solite risatine inutili. “Sono sogni!” Questo è un sacco di sogni. Pensavate che sognare fosse gratis? Invece no miei cari! Sognare costa caro”. L’uomo che suonava le nuvole si stava avvicinando alla terra pian pianino. Mentre recitava il discorso ripetuto migliaia di volte nella sua testa nelle notti insonni, stava cercando di toccare terra. Si stava avvicinando ad una cosa reale: il costo dei sogni.

Quanto era costato il “circolo”? Il circolo era stato occupato. Era una palestra, sporca. Sporca ed abbandonata. Il circolo non era più di nessuno quando fu occupato. Ora era solo di chi lo occupava. Ma il circolo era la città e chi abitava la città abitava il circolo. Una fusione perfetta tra cultura e civiltà. Gli unici rapporti che continuavano ad esistere erano semplicemente quelli creati con le jam session. E se qualche volta queste venivano registrate avevano il senso dell’eternità. Si perché la musica sfugge, le improvvisazioni sono attimi di vita reale. Le improvvisazioni sono come le nuvole, hanno quell’aspetto solo per un istante e niente più. La musica scappa da chi a crea, la musica non riusciva ad essere intrappolata nella città e quindi nel circolo.

“Migliaia di euro” tuonò “per ogni sogno. E quanti di questi restano irrealizzati? Tutti? Beh quasi ..” Quanti sogni sprecati, quanta musica prodotta ed abbandonata. Quanti racconti, quanta realtà consumata e buttata via come se fosse spazzatura. Certo non tutto è arte, non tutto è un capolavoro, ma non è di “bellezza” o di “prodotto” che stiamo parlando, ma di urgenze. “quasi tutti questi cd sono delle letterine a Babbo Natale, sono delle richieste di aiuto”. Indie sottolineava con forza che ogni singola nota suonata è figlia di un grido di passione, è figlia di un desiderio di uscire, di volare, di smaterializzarsi nell’aria. Sottolineava con forza che non tutti potevano capire quella sensazione se non avessero almeno per una volta suonato qualcosa. Non tutti potevano parlare di urgenza senza almeno una volta aver provato la sensazione del legno sotto le mani, delle corde che ti tagliano i polpastrelli. “Almeno per una volta, ognuno di voi che è seduto qui stasera, ha suonato qualcosa ed ha avvertito quel qualcosa, quel senso di ‘nulla e tutto insieme’, quella sensazione di micro e macro, di ora e mai più. Almeno per una volta hai pensato”, rivolgendosi ad un ragazzo grassoccio, rossastro in viso ed in testa, “che suonare era come fare l’amore con te stesso e te ne sei vergognato, è vero rosso?”. Questo piccolo avvicinamento alla realtà scatenò un sussulto nella platea che applaudì sorridendo ed aumentando inesorabilmente il livello di rossore del ragazzo. “E poi quando vi siete resi conto che tutto questo suonarvi addosso non vi basta più pensate a produrre qualcosa, e cercate di venderlo, di renderlo pubblico. Chi vi ascolterà? Chi comprerà le vostre masturbazioni? Chi comprerà le vostre nuvole, i vostri sogni? Ve lo siete chiesto? Conviene fare un disco di musica indipendente?”. La domanda ovviamente non trovò risposta nella platea. Molti dei presenti volevano suonare dal vivo. Qualcuno aveva detto che l’unico modo per vendere dischi era suonare dal vivo.

Il circolo aveva una sala concerti di tutto rispetto. Un impianto da 500W perfettamente funzionante. Un mixer 32 canali con un suono cristallino e definito. Degno dei migliori locali europei e dei migliori fonici affermati. Non era certo questo che spingeva le persone a suonare al circolo, ma quell’atmosfera che da sempre è riuscito a regalare ai suoi ospiti. Un’atmosfera elettrica, carica e frizzante. Un’atmosfera ispiratrice e complice di grosse creazioni a volte lasciate volare via nel nulla.

“Non fate volar via la vostra creatività vendendola a chi fa del vostro lavoro e delle vostre creazioni uno schifo di prodotto”, e la sua voce veniva catturata dalla fonoassorbenza dei materiali nuovi appena installati. “Non rendete vana una vostra folle creazione. Si folle, perché solo dei folli possono pensare di scrivere un brano. Solo dei folli ne possono avere la voglia e l’urgenza”. Urgenza, ancora questa parola. Gli piaceva e la ripeteva in continuazione come un mantra. Forse lo faceva per ricordarsela per sempre. “MA ricordatevi che anche i folli studiano. Anche i folli hanno bisogno di dare un po’ di disciplina alle loro follie”.

Il circolo aveva una scuola di musica di tutto rispetto. Professionale e sociale. La musica per tutti e tutti per la musica. La sala dove una volta si tenevano le lezioni di chitarra era tappezzata di amplificatori. Un vecchio Roland, che poi ha guadagnato il posto d’onore sul palco, di coloro grigio metallizzato regnava sovrano da circa 20 anni. Ci hanno suonato un pò tutti, bassisti e chitarristi. Bravi, talentuosi e negati (o cani come si osava dire). Sì, in realtà ogni musicista del circolo aveva la sua nomea. Ogni musicista aveva la sua etichetta. Esistevano così gli intoccabili e quelli che potevano essere derisi. Tutto dipendeva da quello che avevi dimostrato al “crocicchio”. Tutto dipendeva da quello che sapevi fare nel campo del blues e del jazz. Il resto, almeno per i primi tempi, era eresia.

“Sapete che facciamo adesso?” disse Indie continuando “Telefoniamo in diretta a quel buontempone del Label Manager della Daybox Records, si gli facciamo una bella telefonata!” Tirò fuori il suo smartphone e compose il 3391745086. Chissà perché quel numero lo ricordava così bene. “Ciao Max!” esordì e Max:”ciao Indie.. scusa, ma non ti sento bene.. sei in una caverna?” e Indie “come sempre caro Max. Io continuo a vivere in una caverna e tu continui a non sentirci bene..” La gente in sala applaudì timidamente. “Hai mica per caso ascoltato il mio ultimo lavoro che ti ho spedito?” e Max :”ascolta, mandami una mail per ricordarmelo, sai in questi giorni c’è sempre un pò di marasma, casini vari..”.

A quel punto la voce al telefono cominciò a dissolversi nel nulla come le sirene delle ambulanze una volta passate. Indie non ascoltò più nulla anche perchè conosceva bene quelle risposte, le aveva sentite migliaia di volte. Per un attimo il tempo si fermò. La sala gli sembrò come un acquario in cui nuotare e da cui tentare di uscire. Si sentì male come si era sentito tutte le volte che qualcuno gli aveva detto che non aveva avuto tempo per lui. Eppure lui era lì, sul palco del circolo e le persone che erano lì con lui ad ascoltarlo lo vedevano come un punto di riferimento, una dichiarazione di indipendenza. Indie era lì colpito da quell’ennesimo rifiuto e la sua indipendenza barcollò, ma fu un attimo e l’acquario sparì, il sorriso gli tornò sul volto ed il tempo riprese a scorrere con il suo imperturbabile costante click in quattro quarti a 180bpm. Indie chiuse il telefono, forse Max stava ancora parlando, ma non gli interessava più. Aveva ottenuto quello che gli serviva. La dimostrazione della mancanza di ascolto da parte di quelle realtà che di indipendente avevano soltanto l’aggettivo dopo la parola etichetta. “Avete visto cari miei, avete notato? scuse solo scuse. non gli interesso io, non gli interessate voi. Non gli interessa nessuno. La realtà è legata alla presenza o meno di qualcosa che sia televisivo, ‘figo’ come amano dire coloro dell’ambiente, una cosa che ‘funzioni’.. Funzioni? Che frutti forse, non che funzioni!. La musica è prodotto niente altro ormai. Un cd è come una tv a schermo piatto in offerta, serve solo per realizzare il necessario prima di essere soppiantata da un’altra tv, sempre a schermo piatto, piatto come il contenuto, piatto come l’assenza di spessore, piatto come l’elettroencefalogramma di chi ha deciso che le cose dovessero finire così. Non perdete mai la speranza però di riuscire a realizzare qualcosa che sia veramente indipendente e non lasciatevi fregare dalle mode. L’indierock non esiste, è soltanto un’altra invenzione fatta per cercare di catalogarvi. La musica è la musica niente di più che l’espressione di se stessa. Detto questo vi saluto ragazzi miei e vi lascio allo spettacolo dei…”

E così si dileguò dietro al palco accompagnato dagli applausi della platea. “Sarà servita la lezione?” pensò, “chissà. Non si sa mai. Se riesco a portarne uno dalla mia parte sarò stato il primo a fare una vera rivoluzione culturale”. Lo sapeva bene Indie che nemmeno per lui era facile restare dalla sua parte. Era difficilissimo essere un indipendente a tutti costi, un indipendente doc per intenderci. Le tentazioni erano sempre tante, anche perché funzionava così. La serie B è solo la serie A con meno soldi, ma pur sempre una serie, con un campionato, dei tifosi, delle sfide, delle vittorie, delle sconfitte, dei giornali che ti rendono Dio per un mese e nessuno per il resto dei giorni.

Poi la sua mente ritornò inesorabilmente nell’acquario, il cerchio gli tornò in mente: respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro, e poi respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro. Era l’unica cosa a cui riusciva a tendere prima di ogni notte. Poi di colpo come un do diesis su do maggiore l’acquario svaniva nuovamente e Indie tornava sulla terra.

Nulla gli faceva venir voglia di tornare dentro ed ascoltare il gruppo che si esibiva. Non gli interessava, la sua era una missione ed il suo discorso era tutto quello che aveva pianificato per quella sera. Non gli interessava null’altro che dire a tutti come la pensava. Si incamminò per le strade della zona orientale di Salerno. Superò via Loria e raggiunse la sua auto. Vi crollò all’interno diede un colpo alla chiave ed accese la radio:

Pensò: “E intanto mi avvio come tutti i giorni in auto a prendere quella maledetta autostrada.. l’A3, la fantastica A3 quella che come dice qualcuno non andrebbe  allungata con un ponte sullo stretto, bensì  andrebbe “bypassata” da Salerno a Reggio Calabria con un unico ponte lungo 400 Km. Sono le 22.30 e sono già sulla rampa della tangenziale ad ascoltare i cd demo che mi hanno dato al Mei l’anno scorso. Sono nel cambio tra i Cherry Sand, gli Stripop ed Obomobo tra le migliori band che ho ascoltato in questo periodo. Sono nel delirio della pioggia che sembra non abbandonarci più. “My non conventional girl” dei Cherry Sand mi aiuta ad affrontare il grigiore di questa ennesima giornata del cavolo.” Superate le 25 pattuglie della stradale arrivò in quel fantastico video game del tratto tra Pontecagnano e Salerno e pensò  “ma chi cazzo me l’ha fatto fare di prendere la tangenziale”. Imprecò 87 volte contro il coglione di turno con la Polo (citando una vecchia pubblicità, verrebbe da dire che la Polo è “lo stronzo con la macchina intorno”). Sul finale del tratto tra la perla picentina e la perla del mediterraneo, prima di vedere lo svincolo verso la Salerno Avellino  (altra opera eccezionale che Indie aveva frequentato per diversi anni per andare all’Università di salerno che quel buontempone di DeMita ha voluto a metà strada tra Salerno ed Avellino (mah) famosa per la frase all’uscita di Lancusi “salimmo sù, el primo e io secondo, tanto ch’i’ vidi de le cose belle che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo. E quindi uscimmo a riveder le stelle”….)  pensò … “oddio devo riaffrontare l’uscita di Fratte anche oggi”. Intanto tolse un Cd per passare all’altro e disse: “cacchio che belli gli Stripop, bella l’idea della copertina della demo belli i pezzi.. ma adesso li tolgo perchè voglio sentire meglio Obomobo “troppo difficile da pronunciare” ma troppo bello da ascoltare..”  e si accorse che c’era qualcosa che preannunciava che la nottata musicale sarebbe più interessante del solito… erano le 22.46, tolse il Cd e lo stereo della sua auto passò da CD a Radio… ovviamente sotto c’era ….virgin radio… (cosa pensavate radio satana? …non so se avete notato a parte la potenza del segnale di radio maria essa si distingue anche per una qualità audio terribile con un riverbero che ricorda le voci dell’inferno e di solito c’è un bambino che telefona dall’aldilà e gli chiedono come ti chiami? ed il piccolo demone risponde “Cristiano” (stiano…tiano.. iano….ano….no) che preghiera vuoi dire?….e tu pensi ma saranno cazzi suoi?? ed egli: “si voglio pregare iddio affinchè voi cambiate il fonico, la programmazione, nazione, pianeta, galassia…..”)…. Cmq il santo protettore delle radio del mondo passò “Stairway to heaven” e Indie disse  “…e vaiiiiii, goal, goooal…” e cominciò a cantare a squarciagola “…and as we wind on down the road our shadows are taller than our souls…” e l’impedito che gli  passò davanti a sinistra per andare a destra verso l’uscita di Salerno Nord si trasformò nel suo migliore amico e disse “ma sii togliti comunque dai coglioni ma mi sei simpatico” perchè intanto…  la vena gli si gonfiò… raggiungendo l’apice quando tentò senza fortuna l’unisono con Robert Plant ….strozzando “there walks the Lady we all know, who shines white light and wants to show “….ed il suo cervello pensò che aveva già fatto un’altra giornata di lavoro… e si soffermò immediatamente ad interpretare il significato di:  “How everything still turns to gold.And if you listen very hard, The tune will come to you at last. When all are one and one is all …To be a rock and not to roll.” …coda del brano … jimmy page continuò imperterrito a suonare cose meravigliose e quando tutto sublimò in “…and she’s buying a stairway to heaven..” era già nel parcheggio di casa con la macchina in moto ad attendere fino all’ultima vibrazione.. “non mi voglio perdere niente… ” pensò  e realizzò che: “Yes, there are two paths you can go by But in the long run Theres still time to change the road you’re on.
And it makes me wonder.” 
Si, ci sono due percorsi che puoi seguire ma nella lunga corsa
c’è sempre tempo per cambiare la strada su cui sei…e questo ti fa pensare..”.

Salì le scale di corsa, aprì la porta del suo monolocale, buttò il giubbino sul divano dell’Ikea e si lanciò verso il frigo. Unica salvezza definitiva della sera. Indie aveva stabilito il nuovo record dal circolo a casa, 7 minuti. Si appoggiò sul divano con un toast appena scaldato e squillò il cellulare. Guardò sullo schermo: “Jamba”. “Non posso non rispondere” pensò sorridendo e scelse il bottone verde rallegrandosi di quella chiamata. Gianmaria era una persona straordinaria che lo metteva sempre di buon umore. Era uno dei pochi che riusciva a capire la sua follia essendo anch’egli folle di suo. Le telefonate tra Indie e Jamba erano assurde. Se fossero state intercettate un giorno anche la polizia sarebbe impazzita dal ridere. Pura follia. Jamba per anni aveva preso appunti su quelle telefonate ed un bel giorno, il giorno del compleanno di Indie, gli portò un foglio di carta con il titolo: “Il frasario di Jamba ed Indie” su cui aveva scritto tutte le frasi più forti, più importanti delle loro conversazioni. Aveva aggiunto qualche frase di Marziano, giusto per rendere il tutto più interessante, ma la frase che regnava sulle altre era: “Il passato è quel tuo vecchio amico, che quando torna dal suo lungo viaggio, te lo mette in culo”. Anche Indie la preferiva tra le altre, non a caso l’aveva partorita.
Dopo cinque minuti di puro niente Jamba ed Indie si salutarono dedicandosi alla loro ultima pratica il dormire. Ma Indie sapeva bene che dormire non era facile. Tutte le volte che metteva la testa sul cuscino gli partiva una colonna sonora in testa ed una serie infinita di pensieri lo accompagnavano in quell’ora e mezza di dormi veglia. Quella sera aveva un solo tormento in testa: respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro, e poi respiro, urgenza, cervello, mano, corda, aria, respiro e poi nuovamente come un mantra ciclico ed infinito, la sua loop-preghiera prima di prendere finalmente e definitivamente sonno.

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